La presidente dell'Associazione Vittime di Via dei Georgofili di Firenze: "Il pendolo della politica e i nomi fantasma"


"Il pendolo della politica e i nomi fantasma"
L'associazione vittime di via dei Georgofili
di Giampiero Calapà

IL FATTO QUOTIDIANO   -   29 novembre 2009   pag. 5

"Ci sentiamo presi in giro per l'ennesima volta. Sono anni che girano i nomi di Berlusconi e Dell'Utri attorno alle inchieste sui mandanti occulti delle stragi del '93, ma anche questa volta non ci toglieremo il dubbio, anche questa volta l'aria è cambiata improvvisamente ed è cambiata dopo l'intervento di Napolitano". Usa queste parole Giovanna Maggiani Chelli, presidente dell'associazione vittime di via dei Georgofili. Per lei gli ultimi sviluppi dell'inchiesta della Procura di Firenze sulla strage del '93 sarebbero stati condizionati dalla politica, anche da quanto il Quirinale ha detto sulla necessità che "la magistratura si attenga alle sue funzioni" perché "nulla può abbattere un governo che abbia la fiducia della maggioranza".
Secondo lei, quindi, la procura di Firenze si sarebbe fatta condizionare?
Noi confidiamo nella magistratura, ma i giudici avranno i telefoni caldi, altrimenti non si spiega questa nuova frenata. È evidente l'azione trasversale in corso fin dal '93 con cui la politica cerca di nascondere la verità. Sono 16 anni ormai, che quando sembra che si sia arrivati al dunque, l'indagine vira su un altro pesce piccolo, di questo si tratta quando si parla di esecutori. Noi abbiamo sempre detto che non tutti gli esecutori materiali già noti furono condannati nel modo giusto. Ma questo non basta più. Vogliamo sapere chi tirava le fila dall'alto, lo dobbiamo ai nostri figli che abbiamo perso in via dei Georgofili il 27 maggio 1993.
Il procuratore capo di Firenze, Giuseppe Quattrocchi, ha parlato di un altro esecutore, appunto. Però ha confermato che la nuova indagine debba rivedere il contesto generale che portò alle bombe.
Ottenere dopo tutto questo tempo uno o due ergastoli in più alla mafia non è il massimo del risultato per nessuno oggi. Dopo che a molti politici è ritornata la memoria, dopo che molti si sono improvvisamente ricordati nuovi particolari. Ma tutto questo non porta mai al vertice, noi non vogliamo dire che Berlusconi e Dell'Utri siano colpevoli. Vorremmo toglierci il dubbio, però. Alla fine il modus operandi è sempre quello: si rispolverano incartamenti dagli scaffali, si aggiungono altri incartamenti e poi si rimettono tutti negli stessi scaffali".
Secondo lei, invece, in un momento di tale pressione, la Procura di Firenze non ha voluto in questo modo tutelare le indagini? Considerando anche che in passato le posizioni di Berlusconi e Dell'Utri furono già archiviate per mancanza di prove.
È possibile che questo sia il senso di quanto ha detto ieri Quattrocchi. È anche vero, però, che a furia di tutelare le indagini non siamo arrivati mai a niente. La mia impressione è che si sia ritornati indietro, che si sia frenato in un momento in cui stava di nuovo emergendo qualcosa di serio. Non riesco a spiegare diversamente la frenata del procuratore, arrivata nel giorno in cui i giornali di Berlusconi annunciavano invece che il premier e Dell'Utri sono indagati per mafia. Ora attendo di ascoltare le parole di Piero Grasso e dei magistrati di Palermo. Oggi noi saremmo dovuti andare in via dei Georgofili, con le telecamere di La7, per Exit, ma ci hanno fatto sapere che la trasmissione è stata rinviata. Tutti frenano, di nuovo.

 

Storie di tritolo, cavalli e Forza Italia

 
STORIE DI TRITOLO CAVALLI E FORZA ITALIA
Il nuovo potere che si snoda tra '92 e '93 e le scelte politiche dei clan
Le trasferte dei boss al nord e la nuova trattativa
E oggi Spatuzza e le paure di Berlusconi
di Peter Gomez

IL FATTO QUOTIDIANO   -   29 novembre 2009   pag. 4 e 5

A Firenze, quella notte, c'era un ragazzo affacciato a una finestra. Chi l'ha visto racconta che "urlava", ma che "a un certo punto ci fu una fiammata e sparì". A Firenze, quella notte, c'era una bimba. Aveva solo sei mesi e si chiamava Caterina. Dalle macerie della Torre del Pulci la estrassero dopo tre ore. Era come avvoltolata in un materasso. Sul viso aveva solo un graffio e per qualche minuto il medico che la soccorreva pensò di poterla salvare. Ma si sbagliava. A Firenze, in quella tiepida notte di maggio, morirono in cinque. E altri cinque se ne andarono esattamente due mesi dopo, il 27 luglio, a Milano. Uccisi da un'autobomba in via Palestro, mentre a Roma saltavano in aria due chiese e il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, credeva che fosse in atto un colpo di Stato. Il centralino di Palazzo Chigi, forse perché sovraccarico di chiamate, non funzionava. I politici, fiaccati dalle indagini sulla loro corruzione e messi in ginocchio dagli avvisi di garanzia firmati dal pool di Mani Pulite, parlavano di terrorismo internazionale, di kommando arabi, di servizi segreti deviati. Solo l'ex segretario del Partito socialista Bettino Craxi sembrava capire. E ai giornalisti diceva: "Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi".
SCHEGGE E FRAMMENTI
Eccolo qui il racconto dell'estate del terrore. Eccoli qui quei fatti del 1993-94 ai quali, con "follia pura", secondo il premier Silvio Berlusconi, "frammenti di procure guardano ancora". Una lunga scia di sangue e tritolo che ufficialmente si apre nella Capitale 14 maggio '93 quando in via Fauro, il presentatore Fininvest, Maurizio Costanzo, sfugge per miracolo a un attentato dinamitardo. E che prosegue, dopo le bombe di Firenze, Milano e Roma, con l'assassinio di don Pino Puglisi a Palermo, con la mancata strage di carabinieri allo Stadio Olimpico ("i morti dovevano essere cento" ha ricordato il pentito Gaspare Spatuzza) e il tentativo di far fuori con la dinamite lo storico collaboratore di giustizia, Totuccio Contorno, il 14 aprile del 1994.
Come nasca la strategia stragista di Cosa Nostra ce lo dicono ormai decine di sentenze definitive. Intorno al 1991 il capo dei capi Totò Riina, capisce che, nonostante le garanzie ricevute da un pezzo di Democrazia cristiana, attraverso l'eurodeputato Salvo Lima, il maxiprocesso, in cui lui stesso è stato condannato all'ergastolo, andrà male. In Cassazione il verdetto non sarà annullato perché il giudice Giovanni Falcone,che adesso lavora al fianco del Guardasigilli socialista Claudio Martelli, sta per imporre la rotazione delle sezioni specializzate in fatti di mafia. Corrado Carnevale, il giudice che allora tutti chiamavano "ammazzasentenze" verrà tagliato fuori. In provincia di Enna tra il novembre del 1991 e il febbraio del 1992, si tengono così una serie di vertici tra boss per cercare di recuperare terreno. «Durante gli incontri», ha raccontato il pentito Filippo Malvagna, «Riina fece presente che la pressione dello Stato contro Cosa Nostra si era fatta più rilevante e che comunque vi erano segnali del fatto che tradizionali alleanze con pezzi dello Stato non funzionavano più». Per questo l'allora capo dei capi decise «fare la guerra per poi fare la pace». Di sparare sempre più in alto per poi aprire una trattativa da una posizione di forza. Come in Colombia.
Vengono messi in calendario gli omicidi dei politici che la mafia considera traditori. Lima, del grande elettore democristiano e uomo d'onore Ignazio Salvo, più una lunga serie di leader di partito che verranno invece risparmiati: Martelli, Salvo Andò, Calogero Mannino e molti altri. Si discute dell'attentato a Falcone. Si parla della morte di personaggi dello spettacolo come Maurizio Costanzo e Michele Santoro. E intanto si ragiona di politica. Nel dicembre del '92, con due anni di anticipo rispetto alla creazione di Forza Italia, Leonardo Messina, ex braccio destro del capomafia della provincia di Caltanissetta, Piddu Madonia, racconta davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, che "Cosa Nostra ha deciso di farsi Stato". Riina infatti in quelle riunioni annuncia pure la nascita "di un partito nuovo", formato da massoni e da colletti bianchi, con l'obiettivo di arrivare "alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all'interno della separazione dell'Italia in tre Stati".
IL CORTEGGIAMENTO DI CRAXI
Muore così Falcone e 57 giorni dopo tocca a Paolo Borsellino. Cosa Nostra è alla disperata ricerca di nuovi referenti politici. Attraverso l'ex sindaco Vito Ciancimino sono state inoltrate allo Stato una serie di richieste (il famoso papello), ma quello spiraglio di trattativa non ha portato a niente di concreto. E sta sfumando anche l'idea, coltivata almeno a partire dal 1987, di stringere un patto con Bettino Craxi. Il lungo corteggiamento avvenuto, secondo la sentenza che in primo grado a condannato Marcello Dell'Utri, attraverso i vertici della Fininvest è rimasto senza risultati. Certo, con il gruppo del biscione i legami - antichi - si sono consolidati. Ogni anno, come racconta il processo Dell'Utri, a Riina arrivano 200 milioni di lire in regalo. Soldi di cui parlano molti pentiti e di cui è stata persino trovata una traccia documentale. Un appunto nel libro mastro del pizzo della famiglia mafiosa di San Lorenzo in cui è annotato " 1990 5 milioni regalo" (il denaro secondo i collaboratori di giustizia veniva diviso da Riina tra i diversi clan ndr). Ma Craxi sta per essere messo fuori gioco dalle inchieste di Mani Pulite. Per la mafia continuare a puntare su di lui non ha più senso. Che fare? L'unica speranza concreta è rappresentata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i due giovanissimi boss di Brancaccio. Due ragazzi dalla faccia pulita che a Palermo controllano, attraverso prestanome, alcune delle più grandi imprese di costruzioni della città. A partire dai primi del '92 hanno cominciato ad andare spesso al Nord, o meglio a Roma e a Milano, dove hanno dei contatti importanti. Che parlino con Marcello Dell'Utri lo sostiene per primo davanti ai magistrati, già nel 1997, una loro testa di legno. L'ex funzionario della Dc, Tullio Cannella, e lo ribadisce adesso, con più chiarezza, il superpentito Gaspare Spatuzza. Si tratta però di dichiarazioni de relato. L'unico fatto certo è invece che Dell'Utri, a partire dal giugno del 1992, ha assoldato una serie di consulenti (lo dimostrano le carte sequestrate a Publitalia) per spiegare ai manager della concessionaria di pubblicità e a quelli di Programma Italia del banchiere socio di Berlusconi, Ennio Doris, i segreti della politica. Altrettanto incontestabili sono poi le continue telefonate e visite a Milano 2 di Gaetano Cinà, un uomo d'onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), amico da una vita di Dell'Utri. Così mentre Dell'Utri ragiona di politica e, nel timore che le indagini di Mani Pulite portino al governo le sinistre, insiste sul Cavaliere perché scenda direttamente in campo, la mafia in Sicilia continua ad attaccare lo Stato. Il 15 gennaio del '93 accade però un imprevisto: Totò Riina finisce in manette. Suo cognato, Luchino Bagarella, raduna gli amici e dice: "Finché ci sarà un corleonese fuori si va avanti come prima". La scelta è obbligata. Tra popolo di Cosa Nostra c'è molta insofferenza. Adesso bisogna pure convincere lo Stato a chiudere i supercarceri di Pianosa e l'Asinara, appena riaperti, e a eliminare il 41 bis. Il problema è che con Mani Pulite che impazza mancano interlocutori affidabili.
IL "SEGNALATORE"
 
Non è chiaro chi dia alla mafia l'idea di distruggere i monumenti con le bombe. Cioè di fare azioni eclatanti che però non colpiscono (in teoria) le persone, ma le cose. Una delle piste battute dalla procura di Firenze negli anni '90, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, portava sempre alla Fininvest. Ma, in assenza di riscontri indiscutibili, tutto è stato archiviato. Certi sono invece due fatti. A pretendere che le stragi avvenissero fuori dalla Sicilia è stato il grande protettore dei Graviano, il boss Bernardo Provenzano. Mentre la riunione operativa che ha preceduto gli attentati è avvenuta il primo aprile del '93, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, di proprietà di Giuseppe Vasile, un appassionato di cavalli, poi condannato per favoreggiamento dei Graviano. Vasile è un driver dilettante e corre in pista con Guglielmo Micciché, il fratello di Gianfranco, che sarà poi coordinatore di Forza Italia in Sicilia. Figlio di un vecchio uomo d'onore di Brancaccio, Vasile mette dunque a disposizione la sua abitazione per l'incontro in cui Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro - il giovane boss di Trapani fattore della famiglia del futuro sottosegretario agli Interni, Antonio D'Alì - ragionano di bombe. Durante il summit si decide che a colpire siano i Graviano, Matteo Messina Denaro e i loro uomini. Tutti loro partono per il continente e per mesi non hanno più contatti con Bagarella. Ma è a Palermo che avviene un fatto davvero strano. il 12 maggio, 48 ore prima dell'azione contro Costanzo, Vasile, con un amico titolare di una ricevitoria di totocalcio, entra nell'agenzia numero 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché. I due chiedono a Micciché di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. L'operazione viene eseguita immediatamente. Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia dove ospitare, presentandoli sotto falso nome, sia i fratelli Graviano che Matteo Messina Denaro. Una vacanza che proseguirà almeno fino a luglio, mentre l'Italia viene messa a ferro e fuoco. Poi i Graviano partono di nuovo. Si dirigono a Porto Rotondo, dove resteranno per tutto agosto, mentre a poche centinaia di metri, nel suo buen retiro di villa La Certosa, Berlusconi trascorre lunghi fine settimana mettendo a punto il suo nuovo partito. Infine l'ultimo viaggio. La meta è Milano, dove i due fratelli verranno arrestati il 27 gennaio del '94. In quel periodo però si fa vedere in città anche l'ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano. Il boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, e il Luchino Bagarella, lo hanno infatti incaricato di contattare il Cavaliere. Brusca, una volta pentito, racconta che a fine settembre né lui, né Bagarella, avevano più notizie dei Graviano. Per questo Mangano viene convocato d'urgenza e gli viene chiesto di riallacciare i suoi antichi rapporti.Il 2 novembre, come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell'Utri, l'ex fattore chiama il futuro senatore azzurro in quel momento impegnato negli ultimi preparativi di Forza Italia. Poi lo cerca di nuovo e spiega per telefono che tornerà a fine mese. Sulle agende si legge: «Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale» e ancora: «Mangano verso 30-11». L'incontro, come conferma Dell'Utri, avviene per davvero: "Di tanto in tanto", dice il senatore, "Mangano mi veniva a trovare. Mi parlava della sua salute". Non è chiaro invece, ma è altamente probabile, se a Milano il boss incontri anche i Graviano.Di sicuro in quei mesi tra la famiglia di Porta Nuova, capeggiata da Mangano, e quella di Brancaccio viene inaugurata una sorta di alleanza. Spatuzza ricorda che i Graviano gli chiesero di andare a Porta Nuova per risolvere un problema di ordine pubblico mafioso: punire dei ladri che si muovevano fuori dagli ordini del clan. Lui rimase sorpreso. Ma poi, quando nel gennaio del '94, Giuseppe Graviano gli disse di aver stretto un patto con Berlusconi e Dell'Utri, cominciò a capire.
 
 

L'asso nella manica dei boss Graviano i soldi del Cavaliere


L'inchiesta
Cosa Nostra e la nascita della Fininvest
L'asso nella manica dei boss Graviano i soldi del Cavaliere
Così la mafia investì a Milano
di Attilio Bolzoni e Giuseppe D´Avanzo

LA REPUBBLICA   -   28 novembre 2009   pag. 1 e 6

Soldi. Soldi "loro" che non sono rimasti in Sicilia, ma «portati su», lontano da Palermo. «Filippo Graviano mi parlava come se fosse un suo investimento, come se la Fininvest fossero soldi messi da tasca sua». Per Gaspare Spatuzza, da qualche parte, la famiglia di Brancaccio ha «un asso nella manica». Quale può essere questo «jolly» non è più un mistero. Per i mafiosi, che riferiscono quel che sanno ai procuratori di Firenze, è una realtà il ricatto per Berlusconi che Cosa Nostra nasconde sotto la controversa storia delle stragi del 1993. Nell'interrogatorio del 16 marzo 2009, Spatuzza non parla più di morte, di bombe, di assassini, ma del denaro dei Graviano. E ha pochi dubbi che Giuseppe Graviano (che chiama «Madre Natura» o «Mio padre») «si giocherà l´asso» contro chi a Milano è stato il mediatore degli affari di famiglia, Marcello Dell'Utri, e l'utilizzatore di quelle risorse, Silvio Berlusconi.
Il mafioso ricostruisce la storia imprenditoriale della cosca di Brancaccio, con i Corleonesi di Riina e Bagarella e i Trapanesi di Matteo Messina Denaro, il nocciolo duro e irriducibile di Cosa nostra siciliana.
È il 16 marzo 2009, il mafioso di Brancaccio racconta ai pubblici ministeri del «tesoro» dei Graviano. «Cento lire non gliele hanno levate a tutt'oggi. Non gli hanno sequestrato niente e sono ricchissimi».
«Non si fidano di nessuno, hanno costruito in questi vent'anni un patrimonio immenso». Per Gaspare Spatuzza, due più due fa sempre quattro. Dopo il 1989 e fino al 27 gennaio 1994 (li arrestano ai tavoli di "Gigi il cacciatore" di via Procaccini), Filippo e Giuseppe decidono di starsene latitanti a Milano e non a Palermo. Hanno le loro buone ragioni. A Milano possono contare su protezioni eccellenti e insospettabili che li garantiscono meglio delle strade strette di Brancaccio dove non passa inosservato nemmeno uno spillo. E dunque perché? «E´ anomalissimo», dice il mafioso, ma la chiave è nel denaro. A Milano non ci sono uomini della famiglia, ma non importa perché ci sono i loro soldi e gli uomini che li custodiscono. I loro nomi forse non sono un mistero. Di più, Gaspare Spatuzza li suggerisce. Interrogatorio del 16 giugno: «Filippo ha nutrito sempre simpatia nei riguardi di Silvio Berlusconi e Marcello Dell'Utri, (?) Filippo è tutto patito dell'abilità manageriale di Berlusconi. Potrei riempire pagine e pagine di verbale [per raccontare] della simpatia e del? possiamo dire ? dell'amore che lo lega a Berlusconi e Dell'Utri».
L´asso nella manica» di Giuseppe Graviano, «il jolly» evocato dal mafioso come una minaccia - sostengono fonti vicine all'inchiesta - non è nella fitta rete di contatti, reciproche e ancora misteriose influenze che hanno preceduto le cinque stragi del 1993 - lo conferma anche Spatuzza - , ma nelle connessioni di affari che, «negli ultimi vent´anni», la famiglia di Brancaccio ha coltivato a Milano. E´ la rassicurante condizione che rende arrogante anche Filippo, solitamente equilibrato. Dice Gaspare: «[Filippo mi disse]: facceli fare i processi a loro, perché un giorno glieli faremo noi, i processi».
Nella lettura delle migliaia di pagine di interrogatorio, ora agli atti del processo di appello di Marcello Dell'Utri, pare necessario allora non farsi imprigionare da quel doloroso 1993, ma tenere lo sguardo più lungo verso il passato perché le stragi di quell'anno sono soltanto la fine (provvisoria e sfuggente) di una storia, mentre i mafiosi che hanno saltato il fosso - e i boss che hanno autorizzato la manovra - parlano di un inizio e su quell'epifania sembrano fare affidamento per la resa dei conti con il capo del governo.
Le cose stanno così. Berlusconi non deve temere il suo coinvolgimento - come mandante - nelle stragi non esclusivamente mafiose del 1993. Può mettere fin da ora nel conto che sarà indagato, se già non lo è a Firenze. Molti saranno gli strepiti quando la notizia diventerà ufficiale, ma va ricordato che l'iscrizione al registro degli indagati mette in chiaro la situazione, tutela i diritti della difesa, garantisce all'indagato tempi certi dell'istruttoria (limitati nel tempo). Quando l'incolpazione diventerà pubblica, l´immagine internazionale del premier ne subirà un danno, è vero, ma il Cavaliere ha dimostrato di saper reggere anche alle pressioni più moleste. E comunque quel che deve intimorire e intimorisce oggi il premier non è la personale credibilità presso le cancellerie dell'Occidente, ma fin dove si può spingere e si spingerà l'aggressione della famiglia mafiosa di Brancaccio, determinata a regolare i conti con l´uomo - l´imprenditore, il politico - da cui si è sentita «venduta» e tradita, dopo «le trattative» del 1993 (nascita di Forza Italia), gli impegni del 1994 (primo governo Berlusconi), le attese del 2001 (il Cavaliere torna a Palazzo Chigi dopo la sconfitta del ?96), le più recenti parole del premier: «Voglio passare alla storia come il presidente del consiglio che ha distrutto la mafia» (agosto 2009).
Mandate in avanscoperta, non contraddette o isolate dai boss, le "seconde file" della cosca - manovali del delitto e della strage al tritolo - hanno finora tirato dentro il Cavaliere e Marcello Dell'Utri come ispiratori della campagna di bombe, inedita per una mafia che in Continente non ha mai messo piede - nel passato - per uccidere innocenti. Fonti vicine alle inchieste (quattro, Firenze, Caltanissetta, Palermo, Milano) non nascondono però che raccogliere le fonti di prove necessarie per un processo sarà un´impresa ardua dall'esito oggi dubbio e soltanto ipotetico. Non bastano i ricordi di mafiosi che "disertano". Non sono sufficienti le parole che si sono detti tra loro, dentro l'organizzazione. Non possono essere definitive le prudenti parole di dissociazione di Filippo Graviano o il trasversale messaggio di Giuseppe che promette ai magistrati «una mano d'aiuto per trovare la verità». Occorrono, come li definisce la Cassazione, «riscontri intrinseci ed estrinseci», corrispondenze delle parole con fatti accertabili. Detto con chiarezza, sarà molto difficile portare in un´aula di tribunale l´impronta digitale di Silvio Berlusconi nelle stragi del 1993. Questo affondo della famiglia di Brancaccio sembra - vagliato allo stato delle cose di oggi - soltanto un avvertimento che Cosa Nostra vuole dare alla letale quiete che sta distruggendo il potere dell'organizzazione e, soprattutto, uno scrollone a uno stallo senza futuro, che l´allontana dal recupero di risorse essenziali per ritrovare l'appannato prestigio.
Il denaro, i piccioli, in queste storie di mafia, sono sempre curiosamente trascurati anche se i mafiosi, al di là della retorica dell'onore e della famiglia, altro non hanno in testa. I Graviano, dice Gaspare Spatuzza, non sono un´eccezione. Nel loro caso, addirittura sono più lungimiranti. Nei primi anni novanta, Filippo e Giuseppe preparano l'addio alla Sicilia, «la dismissione del loro patrimonio» nell'isola. Spatuzza (16 giugno 2009): «Nel 1991, vendono, svendono il patrimonio. Cercano i soldi, [vogliono] liquidità e io non so come sono stati impiegati [poi] questi capitali, e per quali acquisizioni. Certo, non sono restati in Sicilia». I Graviano, a Gaspare, non appaiono più interessati «alle attività illecite». «Quando Filippo esce [dal carcere] nell'88 o nel 1989, esce con questa mania, questa grandezza imprenditoriale. I Graviano hanno già, per esempio, le tre Standa di Palermo affidate a un prestanome, in corso Calatafimi a Porta Nuova, in via Duca Della Verdura, in via Hazon a Brancaccio». Filippo - sempre lui - si sforza di far capire anche a uno come Spatuzza, imbianchino, le opportunità e anche i rischi di un impegno nella finanza. Le sue parole svelano che ha già a disposizione uomini, canali, punti di riferimento, competenze. «[Filippo] mi parla di Borsa, di Tizio, di Caio, di investimenti, di titoli. (?). Mi dice: [vedi Gaspare], io so quanto posso guadagnare nel settore dell'edilizia, ma se investo [i miei soldi] in Borsa, nel mercato finanziario, posso perdere e guadagnare, non c´è certezza. Addirittura si dice che a volte, se si benda una scimmia e le si fa toccare un tasto, può riuscire meglio di un esperto. Filippo è attentissimo nel seguire gli scambi, legge ogni giorno il Sole 24ore. Tiene in considerazione la questione Fininvest, d'occhio [il volume degli] investimenti pubblicitari. Mi dice [meraviglie] di una trasmissione come Striscia la notizia. Minimo investimento, massima raccolta [di spot], introiti da paura. "Il programma più redditizio della Fininvest", dice. Abbiamo parlato anche di Telecom, Fiat, Piaggio, Colaninno, Tronchetti Provera, ma la Fininvest era, posso dire, un terreno di sua pertinenza, come [se fosse] un [suo] investimento, come se fossero soldi messi da tasca sua, la Fininvest».
E' l´interrogatorio del 29 giugno 2009. Gaspare conclude: «Le [mie] dichiarazioni non possono bruciare l´asso [conservato nella manica] di Giuseppe» perché «il jolly» non ha nulla a che spartire con la Sicilia, con le stragi, con quell'orizzonte mafioso che è il solo paesaggio sotto gli occhi di Spatuzza. Un mese dopo (28 luglio 2009), i pubblici ministeri chiedono a Filippo in modo tranchant dove siano le sue ricchezze. Quello risponde: «Non ne parlo e mi dispiace non poterne parlare».
Ora, per raccapezzarci meglio in questo labirinto, si deve ricordare che i legami tra Marcello Dell'Utri e i paesani di Palermo non sono una novità. Come non sono sconosciuti gli incontri - nella metà degli anni settanta - tra Silvio Berlusconi e la créme de la créme di Cosa Nostra (Stefano Bontate, Mimmo Teresi, Tanino Cinà, Francesco Di Carlo). Né sono inedite le rivelazioni sulla latitanza di Gaetano e Antonino Grado nella tenuta di Villa San Martino ad Arcore, protetta dalla presenza di Vittorio Mangano, capo del mandamento di Porta Nuova (il mafioso, «che poteva chiedere qualsiasi cosa a Dell'Utri», siede alla tavola di Berlusconi anche nelle cene ufficiali, altro che «stalliere»). Nella scena che prepara la confessione di Gaspare Spatuzza, quel che è originale è l´esistenza di «un asso» che, giocato da Giuseppe Graviano, potrebbe compromettere il racconto mitologico dell'avventura imprenditoriale del presidente del consiglio.
Con quali capitali, Berlusconi abbia preso il volo, a metà degli settanta, ancora oggi è mistero glorioso e ben protetto. Molto si è ragionato sulle fidejussioni concessegli da una boutique del credito come la Banca Rasini; sul flusso di denaro che gli consente di tenere a battesimo Edilnord e i primi ambiziosi progetti immobiliari. Probabilmente capitali sottratti al fisco, espatriati, rientrati in condizioni più favorevoli, questo era il mestiere del conte Carlo Rasini. Ma è ancora nell'aria la convinzione che non tutta la Fininvest sia sotto il controllo del capo del governo.
Molte testimonianze di «personaggi o consulenti che hanno lavorato come interni al gruppo», rilasciate a Paolo Madron (autore, nel 1994, di una documentata biografia molto friendly, Le gesta del Cavaliere, Sperling&Kupfer), riferiscono che «sono [di Berlusconi] non meno dell'80 per cento delle azioni delle [22] holding [che controllano Fininvest]. Sull'altro 20 per cento, per la gioia di chi cerca, ci si può ancora sbizzarrire». Sembra di poter dire che il peso del ricatto della famiglia di Brancaccio contro Berlusconi può esercitarsi proprio tra le nebbie di quel venti per cento. In un contesto che tutti dovrebbe indurre all'inquietudine. Cosa Nostra minaccia in un regolamento di conti il presidente del consiglio. Ne conosce qualche segreto. Ha con lui delle cointeressenze antiche e inconfessabili. Le agita per condizionarne le scelte, ottenerne utili legislativi, regole carcerarie più favorevoli, minore pressione poliziesca e soprattutto la disponibilità di ricchezze che (lascia intuire) le sono state trafugate. In questo conflitto - da un lato, una banda di assassini; dall'altro un capo di governo liberamente eletto dal popolo, nonostante le sue opacità - non c´è dubbio con chi bisogna stare. E tuttavia, per sottrarsi a quel ricatto rovinoso, anche Berlusconi è chiamato a fare finalmente luce sull'inizio della sua storia d'imprenditore.
Il Cavaliere dice che si è fatto da sé correndo in salita senza capitali alle spalle. Sostiene di essere il proprietario unico delle holding che controllano Mediaset (ma quante sono, una buona volta, ventidue o trentotto?). E allora l'altro venti per cento di Mediaset di chi è? Davvero, come raccontano ora gli uomini di Brancaccio, è della mafia? È stata la Cosa Nostra siciliana allora a finanziarlo nei suoi primi, incerti passi di imprenditore? Già glielo avrebbero voluto chiedere i pubblici ministeri di Palermo che pure qualche indizio in mano ce l'avevano.
Quel dubbio non può essere trascurabile per un uomo orgoglioso di avercela fatta senza un gran nome, senza ricchezze familiari, un outsider nell'Italia ingessata delle consorterie e prepotente delle lobbies. Berlusconi, in occasione del processo di primo grado contro Marcello Dell'Utri, avrebbe potuto liberarsi di quel sospetto con poche parole. Avrebbe potuto dire il suo segreto; raccontare le fatiche che ha affrontato; ricordare le curve che ha dovuto superare, anche le minacce che gli sono piovute sul capo. Poche parole con lingua secca e chiara. E lui, invece, niente. Non dice niente. L'uomo che parla ossessivamente di se stesso, compulsivamente delle sue imprese, tace e dimentica di dirci l´essenziale. Quando i giudici lo interrogano a Palazzo Chigi (è il 26 novembre 2002, guida il governo), «si avvale della facoltà di non rispondere». Glielo consente la legge (è stato indagato in quell'inchiesta), ma quale legge non scritta lo obbliga a tollerare sulle spalle quell'ombra così sgradevole e anche dolorosa, un´ombra che ipoteca irrimediabilmente la sua rispettabilità nel mondo - nel mondo perché noi, in Italia, siamo più distratti? Qual è il rospo che deve sputare? Che c´è di peggio di essere accusato di aver tenuto il filo - o, peggio, di essere stato finanziariamente sostenuto - da un potere criminale che in Sicilia ha fatto più morti che la guerra civile nell'Irlanda del Nord? Che c´è di peggio dell'accusa di essere un paramafioso, il riciclatore di denaro che puzza di paura e di morte? Un'evasione fiscale? Un trucco di bilancio? Chi può mai crederlo nell'Italia che ammira le canaglie. Per quella ragione, gli italiani lo avrebbero apprezzato di più, non di meno. Avrebbero detto: ma guarda quel bauscia, è furbissimo, ha truccato i conti, gabbato lo Stato e vedi un po´ dove è arrivato e con quale ricchezza! D'altronde anche per questo scellerato fascino, gli italiani lo votano e gli regalano la loro fiducia. E dunque che c´è di indicibile nei finanziamenti oscuri, senza padre e domicilio, che gli consentono di affatturarsi i primi affari?
E' giunto il tempo, per Berlusconi, di fare i conti con il suo passato. Non in un'aula di giustizia, ma en plein air dinanzi all'opinione pubblica. Prima che sia Cosa Nostra a intrappolarlo e, con lui, il legittimo governo del Paese.
 
 

Martedi 1 dicembre 2009: serata di presentazione del "NO B DAY"


Verso il 5 Dicembre...
Il comitato locale "No Berlusconi Day Firenze" invita tutti i cittadini e le associazioni attive sul territorio a partecipare all'incontro di promozione della manifestazione
" NO BERLUSCONI DAY - 5 DICEMBRE 2009 - ROMA "
L'incontro si terrà martedì 1 dicembre alle 21:00 presso il Circolo SMS di Rifredi (via Vittorio Emanuele, 303 - Firenze)

Hanno già confermato la loro presenza:
Prof. Paul Ginsburg "Università degli Studi di Firenze"
Dott.sa Sandra Bonsanti "Il Tirreno" "Libertà e giustizia"
Blogger Franca Corradini "Comitato Nazionale No B Day"
Dott. Ubaldo Nannucci "ex Procuratore della Repubblica - Firenze"
Prof. Franco Cazzola "Università degli studi di Firenze"
Prof.sa Ornella De Zordo "Per un'altra città"


Ampio spazio sarà lasciato al dibattito, a cui tutti potrete partecipare!!
Si chiede ai partecipanti il contributo di un euro all'entrata per la copertura delle spese della sala.
Comitato NBD Firenze


Firenze, sabato 28 novembre 2009: manifestazione NO tunnel TAV

 
Firenze, sabato 28 novembre 2009: manifestazione NO tunnel TAV
 
 
A questi link si può vedere l'edizione del TG3 della Toscana di sabato 28 novembre 2009 alle 19,30 sulla manifestazione NO tunnel TAV:
 
 
 
 
Buona visione.
 
 

Elenco delle adesioni alla manifestazione NO tunnel TAV di sabato 28 novembre a Firenze

 
Elenco delle adesioni alla manifestazione NO tunnel TAV di sabato 28 novembre a Firenze
 
 
L'elenco delle adesioni alla manifestazione NO tunnel TAV di sabato 28 novembre a Firenze è a questo indirizzo :
 
 
 
 

"Firenze 5 Stelle - Amici di Beppe Grillo" aderisce alla manifestazione NO tunnel TAV di Firenze

 
FIRENZE 5 STELLE  -  AMICI DI BEPPE GRILLO
 
 
Anche Firenze 5 Stelle amici di Beppegrillo sostiene e collabora con la manifestazione No tav del 27 Novembre a Firenze.
Siamo preouccupati infatti per l'impatto che il tunnel di 8 km potrebbe avere con le falde acquifere e il sottosuolo della città. Questo perchè non crediamo che siano state adeguatamente valutate le conseguenze del progetto sia da un punto di vista urbanistico, riguardo alle abitazioni dei cittadini coinvolte nel percorso, sia da un punto di vista della salute degli abitanti, a causa dell'enorme mole di polveri che solleverebbe la cantierizzazione prevista.
Alla luce di ciò quindi, crediamo opportuno valutare alternative con maggiori criteri di salvaguardia ambientale e per sensibilizzare la collettività in merito, saremo presenti domani pomeriggio alle 15:30 in piazza San Marco insieme alla consulta che promuove la manifestazione.
 
FIRENZE 5 STELLE
AMICI DI BEPPE GRILLO
 

La Presidente nazionale di "Italia Nostra" aderisce alla manifestazione NO tunnel TAV di Firenze

 
ITALIA  NOSTRA
 
 
Cari Amici,
 
"Italia Nostra" condivide le finalità della manifestazione da voi organizzata per il 28 novembre.
Le cosiddette "Grandi-opere", tra le quali la TAV, sono i veri nemici del nostro martoriato territorio.
L'Italia ha bisogno, e con urgenza, di un'altra diversa, ma vera grande opera: la tutela e manutenzione del territorio. Invece si continua a parlare di opere di enorme inutilità che richiedono ingenti finanziamenti pubblici.
In tempi di crisi globale bisogna subito ripensare le priorità per il Paese e destinare tutte le risorse disponibili alla messa in sicurezza del territorio e dei centri storici, alla tutela dei paesaggi.
Non daremo tregua ai distruttori del nostro territorio e dei nostri meravigliosi paesaggi 'sensibili' .
Basta con Piani casa e le Grandi-Opere, con la lobby del cemento, con l'uso insensato del territorio, con l'abusivismo tollerato e quasi sempre condonato, con l'assenza di controlli.
Si torni ad un uso pianificato del territorio, alla tutela del paesaggio e dei centri storici, risorse fondamentali per il nostro Paese.

Alessandra Mottola Molfino
Presidente nazionale di Italia Nostra
 
 

Il Comitato Popolare Certosa - "Brigata Volante G. Balilla" (Genova) aderisce alla manifestazione NO tunnel TAV di Firenze

 
Comitato Popolare Certosa - "Brigata Volante G. Balilla"
 
Genova

Il Comitato Popolare Certosa - "Brigata Volante G. Balilla" condivide gli obiettivi della manifestazione del 28 Novembre 2009 a Firenze contro il progetto TAV che vuole colpire il cuore della città.
Le ragioni del movimento fiorentino sono le stesse ragioni che vedeno noi dire no ai progetti TAV - Terzo Valico in Liguria, così come No Gronda e No inceneritore.
Infatti i ragionamenti sottesi a queste grandi opere sono sempre i medesimi: saccheggio e devastazione dei territori per riempire le tasche di pochi.
Il partito trasversale e affarista del cemento fa muro con tutte le proprie energie di fronte alle soluzioni davvero alternative proposte dal movimento. Non per questo noi ci fermeremo.
Sarà dura! Molto dura!

Certosa Genova, 25 Novembre 2009

Comitato Popolare Certosa - "Brigata Volante G. Balilla"

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Possiamo scegliere quello che vogliamo seminare,
ma siamo obbligati a mietere quello che abbiamo piantato.
 

La Rete dei Comitati per la difesa del territorio aderisce alla manifestazione NO tunnel TAV di Firenze

RETE DEI COMITATI PER LA DIFESA DEL TERRITORIO
Care amiche e cari amici,
la ReTe dei Comitati per la difesa del territorio non può che condividere, convintamente, le finalità della manifestazione da voi organizzata per il 28 novembre prossimo e mi dispiace di non poter essere presente.
Voglio tuttavia ripetere, anche in questa occasione, la  nostra contrarietà al sotto attraversamento TAV di Firenze che abbiamo sempre ritenuto un'opera inutilmente costosa e pericolosissima.
Ritengo invece che debbano essere perseguite soluzioni in superficie alle quali molti di voi hanno lavorato concretamente e con grande competenza, dimostrando che esistono reali alternative per evitare la realizzazione di questo sciagurato progetto che insieme alla stazione sotterranea, sembra privilegiare scelte di carattere politico e non soluzioni a basso costo in grado di soddisfare i bisogni dei cittadini, della città di Firenze e della TAV stessa.
Un caro abbraccio a tutti Voi e un mio sentito augurio per la riuscita della manifestazione.
Vostro
Alberto Asor Rosa
26 novembre 2009

Firenze, sabato 28 novembre 2009: manifestazione NO tunnel TAV

 
MANIFESTAZIONE CITTADINA
contro il progetto di sottoattraversamento TAV di Firenze

SABATO  28 NOVEMBRE 2009
Firenze, Piazza San Marco
ORE 15.30

No a questo progetto di sottoattraversamento TAV di Firenze!
Sì ad un confronto partecipato tra LE VARIE SOLUZIONI ALTERNATIVE!
Fermiamo subito i lavori dei cantieri in attesa che la soluzione dell'Alta Velocita' a Firenze sia trovata!

Il progetto di sottoattraversamento TAV di Firenze sembra andare avanti nonostante tutti i rischi e i problemi tecnici/ambientali non risolti. In particolare è ormai di dominio pubblico che
- l'impatto con la falda idrica sarà molto importante
- i rischi di subsidenze (cedimenti del terreno) in fase di scavo sono ormai sicuri
- le garanzie per le case dei cittadini sono evanescenti, specie dopo l'esperienza di altre città come Bologna
- i rischi di inquinamento derivanti dai cantieri sono molto alti
- l'eventuale spostamento della stazione dall'area dei Macelli al sottosuolo della Fortezza da Basso non cambia molto lo scenario disastroso attorno a questi tunnel
- i costi dell'opera, con le prescrizioni dell'Osservatorio Ambientale, andranno fuori da ogni controllo
- i benefici di quest'opera saranno minimi e si vedranno solo al suo complemento, cioè tra almeno 15 anni
 
Per questo cittadini, comitati e associazioni hanno deciso di scendere in piazza per chiedere a tutti gli amministratori che quest'opera sia abbandonata e che il passaggio dell'Alta velocità da Firenze sia completamente rivisto.
Invitiamo tutta la cittadinanza e le forze politiche e sociali a partecipare a questo appuntamento molto importante per la nostra città.

CONSULTA TAV (Coordinamento di Comitati, Associazioni e Cittadini contro il progetto di sottoattraversamento TAV di Firenze)
 
Per adesioni:
 

Il giornalista che si fabbrica la falsa notizia: dal produttore all'utilizzatore finale


Dal sito www.beppegrillo.it :

Il giornalista Francesco Guzzardi del "Giornale" è l'autore del messaggio delle BR con la stella a cinque punte pieno di minacce assortite. L'infaticabile Guzzardi ha scritto il messaggio. Lo ha ricevuto, pubblicato, denunciato. Tutto da solo. Uno stakanovista dell'informazione di regime. Alla Digos è stata sufficiente la prova calligrafica per scoprirlo. Uno così poteva lavorare solo con Vittorio Feltri. Dopo "Betulla" Renato Farina, "Citrullo" Guzzardi.

L'agenzia di stampa AGI così riferisce la notizia :

SI FA ARRIVARE FALSO MESSAGGIO BR: DENUNCIATO GIORNALISTA
(AGI) - Genova, 25 nov. - Simulazione di reato e procurato allarme. Questi i reati per cui è stato denunciato alla procura dalla Digos il giornalista collaboratore della redazione genovese del 'Giornale' Francesco Guzzardi accusato di essersi auto inviato un messaggio minatorio corredato da stella a cinque punte. Questo il testo del mesaggio: 'non abbiamo ancora deciso se spaccare prima il culo al vostro servo Gizzardi l'infame della Valbisagno e degli sbirri o passare prima da voi molto presto lo scoprirete '. Il mesaggio, scritto a mano, era stato messo sotto la porta della redazione del 'Giornale' di viale Brigate Partigiane la scorsa settimana. C'era stata un'immediata denuncia alla polizia. La stella a cinque punte aveva spinto gli agenti della Digos a farsi carico del caso. Il giornalista era stato convocato in questura. Una semplice prova calligrafica aveva fatto emergere la verità. Guzzardi ha ammesso di avere vergato il messaggio dicendo di essere stato oggetto di minacce insieme ad altri membri della sua famiglia in seguito alla propria attività di giornalista nel quartiere della Valbisagno e di avere scelto questo 'singolare' modo per sollevare il caso e fare partire un'indagine.
Ed ecco cosa aveva scritto "Il Giornale" sul suo sito internet
Volantino di minacce e insulti recapitato ieri in redazione

Impossibile non notare, ieri mattina, fra i tanti quel foglio sul pavimento, appena oltre l'uscio della redazione genovese del Giornale. Ci accorgiamo subito che non si tratta di uno dei «soliti» messaggi che qualche affezionato lettore fa passare, a volte, sotto la porta per testimoniare uno sprone, un incoraggiamento, un'attestazione di solidarietà. Altro che solidarietà! Sono insulti e minacce bell'e buone, con tanto di obiettivi: noi della redazione e il collega Francesco Guzzardi, che nelle ultime settimane si è occupato con l'abituale scrupolo e attenzione alle vicende della Val Bisagno e del Municipio IV. La grafia è in stampatello, vergata a mano. Mano incerta, e sintassi e punteggiatura ancora più zoppicanti. Ma insulti e minacce sono chiari, chiarissimi: «Non abbiamo ancora deciso se spaccare il c... prima al vostro servo Guzzardi l'infame della Val Bisagno e degli sbirri o passare prima da voi molto presto lo scoprirete». Un esaltato, certo. Ma anche di fronte ai volantini recapitati in questi giorni alla nostra redazione centrale di Milano, non si può sottovalutare l'episodio. Il caporedattore Massimiliano Lussana avverte subito la Digos che arriva in un baleno, si informa approfonditamente e promette indagini accurate. Nel frattempo viene ovviamente avvertito anche Guzzardi. Che reagisce con fermezza e compostezza: «Io ho sempre scritto quello che ho visto e sentito, senza aggiungere o stravolgere nulla e soprattutto senza pregiudizi - sottolinea -. Se chi ha scritto questo messaggio intendeva intimorirmi o addirittura costringermi a tacere sui fatti che avvengono da tempo nel Municipio Val Bisagno, è bene che se lo tolga subito dalla testa. È vero - aggiunge Guzzardi - che il clima è pessimo in zona, ma non mi sarei aspettato mai reazioni di questo tipo. In ogni caso - conclude il giornalista - continuerò a esercitare il diritto-dovere di cronaca, come sempre, per contribuire a migliorare, nel mio piccolo, la società». Su chi possa aver scritto il messaggio delirante le indagini, come si è detto, sono in corso e non è lecito avanzare ipotesi. Si possono solo ricordare, come aveva scritto del resto di recente lo stesso Guzzardi, «le minacce e percosse ai consiglieri del Municipio Val Bisagno», e il fatto che il presidente del «parlamentino», Giannelli e molti eletti siano stati vittime di atti vandalici e destinatari di lettere minatorie. Un clima avvelenato che culmina ora - e si spera anche si concluda - con il messaggio recapitato ieri al Giornale.

mercoledì 18 novembre 2009


Adesione alla manifestazione di sabato 28 novembre 2009.


COMITATO DI COORDINAMENTO CONTRO IL POLO ESTRATTIVO DI CALENZANO (FI)
Posta elettronica:  cccpec@inwind.it  -  Sito Internet:  www.cccpec.it
Al Comitato contro il sottoattraversamento TAV di Firenze
Alla Consulta AV di Firenze
Il Comitato di coordinamento contro il polo estrattivo di Calenzano aderisce alla manifestazione di sabato prossimo a Firenze contro il progetto di sottoattraversamento TAV.
La nostra convinta adesione si basa soprattutto su due ragioni, una generale ed una specifica.
La ragione generale è che l'Alta Velocità in Italia si è caratterizzata per altissimi costi di realizzazione, tutti scaricati sul bilancio dello Stato e sulle future generazioni; gravissimi danni ambientali e sociali, in Mugello, a Bologna e che stanno iniziando anche a Firenze, prima ancora dell'avvio dello scavo dei due tunnel; vantaggi trasportistici tutti da dimostrare se non proprio inesistenti.
La ragione specifica è che il sottoattraversamento di Firenze comporta dei rischi inaccettabili per le persone, l'ambiente urbano e i beni culturali della città patrimonio mondiale dell'Unesco. E, cosa fondamentale, può essere sostituito dal progetto alternativo di attraversamento in superficie, alla "luce del sole", elaborato dai tecnici dell'Università. Il principio di precauzione (ogni rischio inacettabile ed evitabile deve essere evitato) dovrebbe suggerire a tutti questa seconda soluzione.
Tra l'altro lo stesso sindaco di Firenze ha recentemente dichiarato che il progetto alternativo è "fattibile tecnicamente ma non politicamente". C'è quindi un veto politico da rimuovere e speriamo vivamente che la manifestazione di sabato 28 novembre possa contribuire a rimuoverlo.
Concludiamo con una notazione su Calenzano, il nostro comune. L'Alta Velocità a Firenze riguarda direttamente anche noi. Infatti il progetto di sottoattraversamento prevede l'approvvigionamento dei materiali inerti da una megacava che si vorrebbe aprire proprio a Calenzano, il cosiddetto "polo estrattivo". In pratica si scaverebbe un'intera collina alta circa 400 metri ed estesa 70 ettari per rifornire di pietrisco i cantieri fiorentini.
Questa è un'altra buona ragione per aderire alla manifestazione.
Quindi ci vediamo il 28 novembre alle 15,30 in Piazza San Marco a Firenze.
Con i nostri migliori saluti e auguri di successo.
Per il Comitato di coordinamento contro il polo estrattivo di Calenzano
Paola Sabatini
Federico Latini

Sabato 19 dicembre 2009, manifestazione nazionale contro il ponte sullo Stretto

Carissime/i tutte/i,

la Rete No Ponte ha indetto per sabato 19 dicembre una manifestazione contro la beffa natalizia della prima pietra del Ponte sullo Stretto.

Potete leggere l'appello della manifestazione a questo indirizzo:
http://www.retenoponte.it/19dicembre2009/?p=19

L'appello che facciamo a tutte/i è naturalmente di sostenere e supportare la Rete No Ponte in questa battaglia di dignità, a partire dalla promozione di questo appuntamento: mettete nei vostri siti, blog e quant'altro i bannerini della manifestazione http://www.retenoponte.it/19dicembre2009/?page_id=34 .

Vi chiediamo anche di dare la vostra adesione compilando il form a questo indirizzo: http://www.retenoponte.it/19dicembre2009/?page_id=5 .

Per aiutarci nell'organizzazione della giornata di mobilitazione, chiediamo ai comitati territoriali che intendono partecipare alla manifestazione di comunicarcelo in anticipo.

FERMIAMO I CANTIERI DEL PONTE, LOTTIAMO PER LE VERE PRIORITA’
c.s.o.a. "A. Cartella"
via Quarnaro I, Gallico
89135 Reggio Calabria
http://www.csoacartella.org

Firenze, 11 dicembre 2009: convegno su nuovo Piano strutturale (a consumo zero)

 
perUnaltracittà - Gruppo Consiliare Comune di Firenze

 
Dall'urbanistica del saccheggio alla costruzione collettiva della città
FIRENZE: UN PIANO NUOVO PER PALAZZO VECCHIO
Le proposte per un Piano strutturale trasparente, ecologico, partecipato, a consumo zero


Venerdì 11 dicembre 2009, ore 16.30
Sala degli Specchi, Assessorato alla Cultura. Via Ghibellina 30 - 1° piano - Firenze

Alberto ASOR ROSA, Paolo BALDESCHI, Paolo BERDINI, Roberto BUDINI GATTAI, Ornella DE ZORDO, Antonio FIORENTINO, Giorgio PIZZIOLO, Bernardo ROSSI DORIA

Oggi più che mai, dopo le recenti vicende giudiziarie che hanno investito il sistema di potere della città, si rende necessaria una radicale revisione del Piano Strutturale e del Regolamento Edilizio che consentono le più vergognose forme di speculazione edilizia. Intendiamo affermare l'importanza di un movimento urbano in grado di contrastare il "furto di futuro", l'accaparramento del patrimonio collettivo e di essere partecipe, ben oltre la crisi e la tragedia urbanistica che ha travolto Firenze, di un salto evolutivo della città e del paesaggio.

Contro i famigerati CIP 6

 
COMITATO CONTRO GLI INCENERITORI - Sesto Fiorentino (FI)
Tel. 055 - 4480459

 
Comunicato stampa - 24 novembre 2009

 
Il Comitato contro gli inceneritori organizza per sabato 28 novembre 09 un "banchino" in Piazza del Comune a Sesto Fiorentino (angolo piazza di fronte a Via Verdi/negozio Daniel) per informare la cittadinanza sui famigerati CIP 6 e raccogliere adesioni alla Vertenza nazionale in corso.
Per aderire occorre portare una copia dell'ultima bolletta elettrica (Enel o altro gestore), una copia fronte retro della carta d'identità e avere 10 euro da impegnare, 20 euro nel caso di Ditte.
Come è risaputo, il prelievo di circa il 7% dalla nostra bolletta elettrica (ENEL o altri gestori) continua anche se dal 2007 molto furbescamente i gestori hanno omesso di pubblicare la voce specifica (se si va a ritrovare le bollette fino ai primi mesi del 2007 si troverà sul retro di copertina "Componente A3: Costruzione impianti fonti rinnovabili").
Ancora oggi questi soldi prelevati dalla nostra bolletta sono destinati perlopiù impropriamente e la truffa continua anche se leggermente ridimensionata rispetto al passato recente, si veda nella nota*
Si ricorda che si tratta di miliardi di euro che dovrebbero essere spesi (per legge) nella costruzione di impianti per produrre energia, che non aggravano il bilancio dell'inquinamento, anzi contribuiscono a migliorarlo innescando la filiera delle buone pratiche che vi sono collegate, nel corollario specialmente l'ambito della gestione dei materiali post consumo (i cosiddetti rifiuti).
Si fa notare invece che "impianti assimilati" cui finora era dedicata il pressoché totale prelievo della nostra bolletta elettrica sono esclusivamente inceneritori di rifiuti o inceneritori di residui di lavorazione del petrolio, il massimo motore di inquinamento esistente insieme alle fonderie e gli impianti chimici mal condotti.
Una truffa e una beffa ai contribuenti.
La vertenza nazionale verte sulla richiesta di restituzione delle quote CIP6 prelevate dalla nostra bolletta e impropriamente destinate.

 
Sabato 28 novembre 2009, in Piazza del Comune a Sesto Fiorentino, dalle 9,30 alle 15,30 circa.

 
Nota*
Milano Finanza di mercoledì 19 agosto 2009, pagina 5
di Sarno Carmine
 
(...) «Nel 2008 i costi totali dei ritiri del Gse per l'energia Cip6 sono stimabili in 5,5 miliardi» si legge nell'ultima relazione dell'Authority, "in gran parte legati alla remunerazione dell'energia prodotta da impianti assimilati". I ricavi derivanti principalmente dalla vendita dell'energia nella Borsa elettrica, invece, "sono risultati pari a circa 3 miliardi, in aumento di 250 milioni rispetto al 2007". Il grosso degli incentivi, circa il 72%, è andato agli impianti assimilati, quelli cioè che hanno prodotto energia elettrica non da fonti rinnovabili ma dai derivati da petrolio, da altoforno, rifiuti delle raffinerie, et similaria. Nel dettaglio gli impianti assimilati hanno ricevuto contributi per 3,9 miliardi contro il miliardo e 400 milioni degli impianti rinnovabili. Sebbene nel 2008 ci sia stata una riduzione dell'energia prodotta da fonti assimilate e ritirata dal Gse (-11% rispetto al 2007) i costi sono saliti di 200 milioni grazie ad un aumento del 18% della remunerazione unitaria. (...)
 
 

NO BERLUSCONI DAY - Il 5 dicembre insieme a Roma

 
perUnaltracittà - Gruppo Consiliare Comune di Firenze
NO BERLUSCONI DAY - Il 5 dicembre insieme a Roma
Partecipiamo numerosi/e! - Info su  http://www.noberlusconiday.org


Cari amici, care amiche,
come già sapete PerUnaltracittà ha aderito alla manifestazione nazionale che si terrrà a Roma il 5 dicembre. Nata da da un appello lanciato in rete da alcuni bloggers e che ha velocemente  trovato un  vasto consenso nella società e sempre più ne sta raccogliendo.
E' importante che il segnale arrivi forte e chiaro :  un gran numero  di italiani  non si riconosce in questo governo e nel suo operato,  lo considera un vero pericolo per la democrazia.
E' in atto un' emergenza e ognuno di noi deve dare il proprio contributo, portare la propria testimonianza.
Si stanno organizzando pullman per andare a Roma, per tutte le informazioni potete contattare gli organizzatori ai link che trovate qui sotto:
Giovedì 26 novembre dalle 9.00 alle 18.000  in Piazza S. Marco sarà presente  un banchetto presso il quale sarà possibile avere tutte le informazioni, confrontarsi con gli organizzatori e anche prenotare i biglietti del pullman.

TUTTI E TUTTE A ROMA  IL 5  DICEMBRE PER DIRE A   QUESTO GOVERNO " IO NON CI STO!"

PERUNALTRACITTA'


Storia di un palazzo abitato dai boss

 
STORIA DI UN PALAZZO ABITATO DAI BOSS
Il presidente del Senato era il legale del costruttore
di Marco Lillo
 
IL FATTO QUOTIDIANO   -   20 novembre 2009   pag. 2 e 3

C'è un palazzo a Palermo, vicino allo stadio della Favorita, che spiega meglio di un trattato la mafia e l'antimafia. I suoi nove piani sono un monumento alla prevaricazione dei forti sui deboli, dei corrotti sugli onesti. Sono stati costruiti in spregio a ogni norma con la complicità della politica, calpestando con la ruspa i diritti di due donne inermi.
Ogni muro, ogni mattone, profuma di mafia. Chi ha eseguito i lavori e chi li ha diretti, chi ha fornito il calcestruzzo e chi ha fatto gli scavi, chi ha guadagnato vendendo gli appartamenti e talvolta anche chi li ha comprati, è legato da vincoli di sangue o di cosca con i padrini più blasonati di Palermo: Madonia, Bontate, Pullarà, Guastella, Lo Piccolo. Il capo dei lavori, Salvatore Savoca, è stato strangolato perché non voleva dividere il boccone di cemento con un clan più forte del suo: i Madonia. L'assessore che ha dato la licenza è stato condannato per le mazzette ricevute in cambio della licenza. Il costruttore Pietro Lo Sicco è stato condannato per mafia e corruzione ed è in galera. Il palazzo è stato confiscato e le vittime, Rosa e Savina Pilliu, vivono proprio nell'appartamento nel quale dormiva Giovanni Brusca, l'uomo che ha schiacciato il telecomando della strage di Capaci.
Sembrerebbe una storia semplice nella quale è persino troppo facile scegliere da che parte stare. E invece la storia di Piazza Leoni dimostra che la vita è fatta di scelte, mai scontate. Questo palazzo incrocia il destino di due uomini famosi e distanti tra loro: Renato Schifani e Paolo Borsellino. Il primo (prima che le procure e i tribunali accertassero le responsabilità del costruttore corruttore e mafioso) ha messo a disposizione la sua scienza per sostenere il torto del più forte. Il secondo, nei giorni più duri della sua vita, ha trovato il tempo per ascoltare le ragioni dei deboli. Quel palazzo è ancora in piedi anche grazie anche ai consigli legali, ai ricorsi e alle richieste di sanatoria dello studio legale Schifani-Pinelli del quale il presidente del senato è stato partner con l'amico Nunzio Pinelli negli anni chiave di questa vicenda, prima di lasciare il posto al figlio Roberto. Mentre Schifani combatteva in Tribunale per Lo Sicco, il giudice Paolo Borsellino, trascorreva le ore più preziose della sua vita per ascoltare le signorine Pilliu.

INCROCI DEL DESTINO
E c'è una coincidenza che fa venire i brividi perché proprio da Piazza Leoni, dove allora sorgeva lo scheletro del palazzo abusivo, sarebbe partita all'alba del 22 luglio 1992 la Fiat 126 imbottita con 90 chilogrammi di tritolo che ha ucciso il giudice istruttore. Le signorine Pilliu non lo sapevano ma quelli che si nascondevano dietro il costruttore che le minacciava stavano preparando le stragi. Chissà se Borsellino aveva intuito qualcosa di strano dietro quel palazzo. Una cosa è certa, se dieci giorni prima di morire, 50 giorni dopo la morte di Falcone, un uomo come lui perdeva tempo a parlare con queste signorine doveva esserci una ragione. Forse allora, 17 anni dopo, vale la pena di riascoltare il racconto di Savina e Maria Rosa Pilliu.

SORELLE-CORAGGIO
Queste due signorine di origine sarda possedevano due casupole all'interno di un filarino di ex fabbriche riadattate ad abitazione. Il padre era morto giovane ma le sorelle e la mamma, a costo di mille sacrifici, erano riuscite ad andare avanti grazie a un negozio di generi alimentari a due passi da piazza Leoni. Tutto scorreva liscio finché la mafia non mise gli occhi sul terreno accanto alle casette. "All'inizio si fece avanti Rosario Spatola", raccontarono le sorelle quel giorno a Paolo Borsellino. Al giudice si accesero gli occhi. Spatola è stato uno degli uomini più ricchi della Sicilia, il costruttore della vecchia mafia di don Stefano Bontate, sterminata da Riina negli anni ottanta, l'amico del banchiere Michele Sindona, che aveva ospitato nella sua villa fuori Palermo. Nel settembre del 1979, Spatola si presenta nel negozio della famiglia Pilliu in via del Bersagliere e fa la sua proposta per comprare le casette. Ovviamente non voleva tenerle ma distruggerle. Per costruire un palazzo più grande sul suolo di fronte, eliminando le case e il problema delle distanze. L'idea era buona ma due settimane dopo, proprio per l'inchiesta nata dai contatti tra Sindona e la mafia, Spatola finisce in galera. Il terreno passa dopo un paio di giri a Gianni Lapis, consulente di Vito Ciancimino, per finire nel 1984 a un costruttore ignoto: Pietro Lo Sicco, un benzinaio legato al boss della mafia perdente, Stefano Bontate.
Più andavano avanti nel loro racconto, più snocciolavano nomi e date con il loro eloquio antico, e più il giudice Borsellino si interessava alla loro vicenda. Spatola, Ciancimino, Lo Sicco. Anche il nome del costruttore probabilmente diceva qualcosa a Borsellino. Era stato arrestato da Giovanni Falcone, ma poi prosciolto. Lo Sicco era legatissimo a Stefano Bontate però quando il vecchio boss viene ucciso passa con i vincenti. Quando rileva il terreno cerca subito di comprare le casette di fronte per ampliare lo spazio e la cubatura. Con le buone o le cattive convince tutti a vendere. Nessuno osa dirgli di no. Tranne le sorelle Pilliu che non vogliono svendere. A questo punto succede l'incredibile: Lo Sicco dichiara al comune di avere anche le particelle catastali della mamma delle sorelle Pilliu. Ovviamente sotto c'è una mazzetta all'assessore all'urbanistica che frutta una licenza che prevede due cose connesse: la possibilità di costruire un palazzo con tre scale e sette piani (che poi diverranno nove) a condizione però che prima la società di Lo Sicco, Lopedil, abbatta le casette che però, piccolo particolare, non sono della Lopedil. Il 3 marzo del 1990 la società ottiene la concessione edilizia. Le Pilliu denunciano alla Prefettura e al Comune l'abuso ma non si muove nulla. Anzi si muovono le ruspe. La Lopedil tira su il palazzo e butta giù le casette. Le ruspe demoliscono quelle accanto e i piani superiori del fabbricato. Gli appartamenti delle Pilliu (che per fortuna dormono altrove) si ritrovano senza tetto: c'è solo il pavimento del piano superiore a difenderli dalle intemperie. Le sorelle chiamano i vigili urbani, la Polizia e i Carabinieri ma nessuno interviene. Il comandante dei vigili arriva sul luogo e sembra possa essere il salvatore delle sorelle ma dopo aver controllato le carte dice: "sono in regola e io posso fermare un automobilista senza patente non uno con una patente falsa".

LA MINACCIA
Le signorine cercano di opporsi fisicamente ma Lo Sicco le minaccia e le offende dicendo a Rosa Pilliu: "Vattene - da qui perchè se no ti dò un - timpuruni. Senti a me, vai a vendere i tuoi pacchi di pasta al negozio che tra un pò - non potrai vendere più nemmeno quelli". È in questa fa- . se che le sorelle, disperate, richiedono aiuto a Borsellino. Si vedono l'ultima volta il 13 in luglio, il magistrato le rinvia a due giorni dopo. Ma è il giorno di Santa Rosalia, le Pilliu non vogliono perdersi la festa alla "Santuzza" e chiedono di fissare un appuntamento più in là. Borsellino si impegna a richiamarle. Dieci giorni dopo morirà in via D'Amelio.

TRITOLO
Il giudice non poteva sapere che proprio gli uomini interessati a quel palazzo stavano preparando la sua uccisione e le stragi del 1993 a Roma, Firenze e Milano. Giovanni Brusca, il boss che ha spinto il pulsante del telecomando della strage di Capaci, l'uomo che ha ordinato ed eseguito un centinaio di omicidi, tra i quali quello del bambino Santino Di Matteo, colpevole solo di essere figlio di un pentito, ha raccontato: "Gli scavi a Piazza Leoni li ha fatti Pino Guastella (arrestato come capo mandamento Palermo centro nel 1998 Ndr). Poi io mi sono comprato un appartamento, tramite Santi Pullarà, che mi ha fatto fare un buon trattamento. Ci ho dormito pochi giorni però. Lo avevo fatto intestare a Gaspare Romano. Costui poi nel '95 fu scoperto dalla DIA che lo pedinava e mi sono fatto ridare i soldi indietro, perché a quel punto a me l'appartamento non serviva più. Siamo andati a vederlo con Leoluca Bagarella (il cognato di Riina che ha guidato la mafia durante la stagione delle stragi del 1993), io con una macchina e lui con un'altra, di sera. Più che altro   per scegliere i piani e vedere gli appartamenti come erano combinati, perché ancora erano grezzi, in costruzione. Cioè dovevamo riuscire a capire come funzionavano, se c'era l'ascensore, se c'erano scale. Una cosa che io avevo chiesto, di particolare, se era possibile poter fare l'ascensore come come quello che avevo visto nella casa di Ignazio Salvo (uno dei cugini esattori di Salemi, legati alla Dc andreottiana e arrestati da Falcone) che io ho frequentato molto. Lui quando arrivava con la sua macchina, prendeva l'ascensore e con una chiavetta saliva fino all'attico. E quindi era un suo privilegio, e io chiesi questa cosa ma non era realizzabile perché il garage era per tutti, non solo ed esclusivamente per me". Poi però i boss capirono che due latitanti per un palazzo era troppo. "Bagarella era interessato pure ed è venuto a vederlo con l'intenzione di comprare. Quella sera ci sono andato con Gioacchino La Barbera (altro autore della strage di Capaci, ndr). Lo abbiamo scelto sia io che Bagarella perché era un posto di élite a Palermo. Cioè Piazza Leoni, era un investimento. Poi io pensavo successivamente di farci la latitanza, ma questo era un problema mio". Anche Gioacchino La Barbera, pentito dopo aver partecipato alla strage di Capaci conferma e aggiunge particolari: "Ho accompagnato varie volte sia Leoluca Bagarella che Giovanni Brusca a piazza Leoni. Brusca sul posto con una persona responsabile del cantiere stava cercando di fare modificare un appartamento per essere comunicante. Perché stava studiando un'intercapedine per trascorrere la latitanza e in caso di un sopralluogo delle forze dell'ordine riuscire a nascondere o a scappare".
 
L'ARSENALE E GLI INQUILINI
Nel palazzo c'era anche un appartamento con un muro finto dietro il quale si nascondevano le armi del clan Madonia. Insomma le riunioni di condominio in quello stabile non devono essere una passeggiata. Nei piani alti abitano la figlia di Stefano Bontate, e hanno abitato entrambe le figlie del costruttore mafioso Pietro Lo Sicco. Nell'attico più grande e bello c'è una famiglia legatissima a Bontate, i Marsalone, il cui patriarca Giuseppe è morto ammazzato a fine anni ottanta. Tra quelli che ci hanno abitato, non mancano però anche i professionisti della "Palermo bene". Al quinto piano c'è l'avvocato Antonino Garofalo, socio di Renato Schifani in una società fondata nel 1992 e mai attivata, la Gms. La casa è affitatta e se ne cura l'avvocato ma è intestata alla sua compagna russa. L'appartamento accanto a quello che fu di Brusca era occupato dallo studio di Salvatore Aragona, il medico amico di Totò Cuffaro e già condannato per avere fornito al boss di San Giuseppe Iato un alibi. Molte di queste persone, avevano stipulato con Pietro Lo Sicco un contratto preliminare di compravendita. Quando il 17 settembre del 1993 il Comune annulla la concessione edilizia. E blocca tutto.
 
CAVILLI E MILLIMETRI
A questo punto entra in scena l'avvocato Renato Schifani. Insieme al suo collega di studio, Nunzio Pinelli, presenta ricorso al Tar. Partecipa anche a un sopralluogo nel quale si accerta che "il distacco non deve essere inferiore a metri 12,75 e in effetti risulta pari a metri 7,75. Ciononostante lo studio Schifani-Pinelli verga uno splendido ricorso alato. La tesi sostenuta è che la demolizione delle casette da parte di Lo Sicco "avrebbe solo anticipato gli esiti di un intervento di pubblica utilità, cui istituzionalmente era ed è tenuta l'Amministrazione Comunale". In sostanza Lo Sicco è un benemerito che si è sostituito   alle ruspe del comune. Se ha finto di essere proprietario ed se è passato come un rullo sulle case altrui non lo ha fatto certo per vendere a clienti facoltosi e amici mafiosi bensì per ridare decoro alla zona. Meriterebbe quasi un premio.
Incredibilmente il Tar il 23 gennaio del 1995 accoglie le tesi di Schifani e Pinelli e annulla la revoca della concessione, che così rivive. Le Pilliu sono distrutte. Lo Sicco esulta. Il Consiglio di Giustizia Aministrativa della Regione Sicilia, il Cga, però accoglie l'appello e, nonostante l'opposizione dell'avvocato Renato Schifani, annulla la concessioine. Per sempre. O almeno così dovrebbe essere.
 
LA PROVVIDENZA DI B.
Perché il condono Berlusconi del 1994 prevedeva in un comma nascosto nella legge che, in caso di annullamento della concessione, si poteva presentare domanda di sanatoria anche dopo la scadenza dei termini previsti. Non solo: per questa sanatoria straordinaria non c'era nemmeno il limite di cubatura abusiva di 750 metri. Una pacchia. La società Lopedil fa subito domanda di sanatoria. Succede però un imprevisto: il nipote di Pietro Lo Sicco, Innocenzo, pur non essendo stato mai nemmeno indagato, trova il coraggio di dividere la sua strada da quella della famiglia e racconta ai magistrati la storia dello zio e del palazzo di piazza Leoni. Innocenzo Lo Sicco, che oggi è un dirigente di un'associazione antiracket, lancia un paio di frecciate a Schifani durante un'udienza del processo nel 2000. Sulla concessione di piazza Leoni la sua deposizione è netta: "l'impresa di mio zio, la Lopedil, non era in possesso di tutti i titoli di proprietà del terreno ma comunque è riuscito ad ottenere la concessione grazie ai buoni uffici che mio zio intratteneva con personale dell'edilizia privata. Il progetto è stato approvato dalla commissione presieduta dall'onorevole Michele Raimondo, in assenza del titolo di proprietà. L'accordo di cui io ero a conoscenza era che l'assessore Raimondo faceva approvare il progetto e, al rilascio dell'autorizzazione il signor Lo Sicco avrebbe pagato una, non so se definirla una tangente o un riconoscimento all'assessore di 20-25 milioni di lire". Grazie a queste dichiarazioni Pietro Lo Sicco è stato condannato per truffa e corruzione. Poi il nipote continua il suo racconto confermando quello delle Pilliu: "dopo che il signor Pietro Lo Sicco aveva la concessione ha cominciato i lavori di sbancamento e demolizione e ci furono reazioni da parte dei proprietari. Principalmente da parte delle signorine Pilliu e di un certo Onorato che, addirittura, mi ha quasi menato. Le reazioni ci sono state: intervento della forza pubblica, Carabinieri, 113, Polizia giudiziara, tutto c'è stato in quel periodo. Era un viavai di forza pubblica con i proprietari che facevano le loro giuste lamentele e che volevano bloccare la concesione e che si ritrovavano in questa situazione che non riuscivano a bloccare". Come è finita? Chiedono i giudici a Innocenzo. "Io so quello che mi ha detto Renato Schifani. L'avvocato mi disse come è stato salvato l'edificio facendolo entrare in sanatoria. Schifani era il mio avvocato. Pietro Lo Sicco si rivolse a lui per la pratica del palazzo di Piazza Leoni perché sapeva dei buoni uffici che intratteneva Schifani con l'allora assessore Michele Raimondo e con l'allora dirigente Vicari. Schifani era una persona di massima competenza nelle pratiche edili, (....) aveva una conoscenza sia in termini professionali, sia in termini diretti personali con i personaggi dell'edilizia privata per il papà che ha lavorato tutta la vita all'interno dell'edilizia privata. Quindi è la persona adatta". Schifani entra in politica a livello locale in Forza Italia e sarà senatore solo dal 1996. Ma Lo sicco spiega che l'opera di lobby dell'attuale presidente del senato avrebbe avuto un effetto "sulla concessione edilizia ottenuta l'avvocato Schifani ebbe a dire a me, suo cliente, che aveva fatto tantissimo ed era riuscito a salvare il palazzo di Piazza Leoni facendolo entrare in sanatoria durante il Governo Berlusconi perché fecero una sanatoria e lui è riuscito a farla pennellare in quello che era l'esigenza di questi edifici di Piazza Leoni. Quindi era soddisfattissimo e me lo diceva con orgoglio di essere riuscito a salvare questa vicenda. Perché lo diceva a me? Perché io avevo messo a conoscenza l'avvocato Schifani quando era iniziato il rapporto col signor Lo Sicco di qual era l'iter di quale era stata la prassi, di qual era la situazione di come si era venuta a creare il rilascio della concessione".
 
L'INCHIESTA
Il pm di Palermo Domenico Gozzo ha aperto un fascicolo generico, senza indagare Schifani, per le accuse di Lo Sicco. Ma ha ritenuto che non ci fosse nulla di rilevante. Nel procedimento penale non sono state considerate penalmente rilevanti nemmeno le parole di Innocenzo Lo Sicco sui costruttori Antonino Seidita e Giuseppe Cosenza. Questi due imprenditori, entrambi amici di Lo Sicco, entrambi considerati legati ai fratelli Graviano ed entrambi clienti dello studio Schifani-Pinelli, seconco Innocenzo Lo Sicco svolsero un ruolo nella vicenda. Cosenza sarebbe stato incaricato dall'assessore di chiedere a Seidita di chiedere a sua volta un rialzo della mazzetta: da 20 milioni di lire a un attico. Ma Pietro Lo Sicco non accettò e si fermò al versamento previsto nella prima offerta. Pietro Lo Sicco è stato condannato per la vicenda amministrativa a due anni e due mesi per corruzione, e truffa. Mentre per i suoi legami con la mafia è stato condannato a sette anni. Entrambe le sentenze sono passate in giudicato. Anche sul fronte amministrativo la vittoria delle sorelle Pilliu è definitiva. Nel novembre del 2002 il Tribunale di Palermo ha accertato che il palazzo non rispetta le distanze dalle due casupole delle signorine Pilliu e deve essere abbattuto. Per l'esattezza dovrebbero essere "tagliati" dalla costruzione otto metri e sei centimetri al piano terra e cinque metri e 81 centimetri ai piani superiori.
 
AD PERSONAM
Si attende la Corte di Appello ma nella finanziaria del 2000 un emendamento del senatore Michele Centaro di Forza Italia ha introdotto una norma che sembra fatta su misura per sanare la situazione di piazza Leoni: l'amministratore giudiziario può chiedere la sanatoria del palazzo confiscato per mafia e vendere ai terzi che hanno comprato. La figlia di Bontate, quindi, come gli altri, potrebbe comprare. Resta il problema delle distanze. Intanto, nel gennaio del 2005 sono crollate le casette delle Pilliu. Senza tetto, con l'acqua che entrava da tutte le parti, hanno ceduto. Un giudice ha pensato bene di aprire un processo. Non contro Lo Sicco. Ma contro le sorelle Pilliu, per crollo colposo.