Lo stile P2 non muore mai

 
IL PERSONAGGIO Secondo Futuro e Libertà c'è lui dietro i dossier
Dalle ballerine fino a Palazzo Grazioli: i casi de Lavitola
di Gianni Barbacetto

IL FATTO QUOTIDIANO   -   25 settembre 2010   pag. 2 e 3
 
"Se il documento di Saint Lucia è falso, la cosa è grave. Ma se è autentico, è ancor più inquietante". A parlare è Gioacchino Genchi, il consulente che analizzò i tabulati telefonici dell'indagine Why Not condotta nel 2007 da Luigi De Magistris. "In quell'inchiesta c'erano già tutti i personaggi oggi evocati a proposito della campagna contro il presidente della Camera Gianfranco Fini, da Luigi Bisignani fino a Valter Lavitola", spiega De Magistris. "Sì, avevamo già individuato il network eversivo che allora era all'opera su altre vicende, che è riuscito a fermare De Magistris e poi ha proseguito il suo cammino, fino all'operazione Fini", conferma Genchi. Che ripete: "Un network eversivo". E spiega: "Se il documento sulla proprietà della casa di Montecarlo è autentico, vuol dire che il network ha la capacità non di costruire una carta falsa – operazione che sarebbe smentita e diventerebbe controproducente – ma di organizzare una filiera internazionale, di raggiungere un ministro estero, di convincere il governo di uno Stato –Saint Lucia – a rilasciare un documento che poi fa un tortuoso giro, da Saint Lucia all'Honduras, dall'Honduras a Santo Domingo, per poi finalmente approdare in Italia, al sito 'Dagospia' di Roberto D'Agostino. Un'operazione internazionale per mettere sotto scacco la terza carica dello Stato: capisce perché dico che si tratta di un network eversivo?".
Italo Bocchino, capogruppo dei finiani di Futuro e libertà, di questo network ha indicato due nomi: Valter Lavitola, de "L'Avanti!", e Vittorugo Mangiavillani, del "Velino". Entrambi smentiscono. Entrambi hanno avuto un ruolo nelle vicende su cui indagavano De Magistris e Genchi. L'inchiesta Why Not era partita dall'analisi degli affari dell'imprenditore Antonio Saladino, punto di riferimento della Compagnia delle opere al Sud. Ma poi era arrivata a scoprire, secondo le ipotesi dell'accusa, una rete di potere che gestiva insieme informazioni e affari, aveva collegamenti e relazioni, era in grado di conquistare appalti, ma anche di influire sulle istituzioni. Per questo De Magistris s'arrischiò a contestare il reato previsto dalla legge Anselmi, cioè la costituzione di un gruppo segreto, una nuova P2. Lavitola è più volte intercettato nel corso dell'indagine. L'11 giugno 2005, per esempio, parla con Fabio Schettini, segretario particolare di Franco Frattini, ministro e poi commissario europeo: riferisce di imprenditori (settore "riscossione tributi") che gli si erano presentati come amici di Schettini. Non era vero: "Fabio ribadisce a Valter che il comportamento di queste persone è molto scorretto e poi gli riferisce che lui ha solo due amici imprenditori, uno è Salvatore Di Gangi e l'altro Ubaldo Livolsi, pertanto gli deve riferire al più presto chi sono queste persone".
Lavitola, 44 anni, editore e direttore de "L'Avanti!", ha trasformato la gloriosa testata socialista nel foglio dei pretoriani di Silvio Berlusconi. Non ha conquistato molti lettori, ma i finanziamenti pubblici per l'editoria. Ha interessi economici in Brasile, dove ha impiantato la Empresa Pesquera de Barra, che commercia pesce all'ingrosso.Proprio in Brasile, durante la visita ufficiale di Berlusconi del luglio scorso, avrebbe organizzato un'indimenticabile serata di lap dance per Silvio, almeno secondo quanto racconta una delle ballerine coinvolte. E ieri sera, nel bel mezzo della tempesta che lo ha coinvolto, Berlusconi lo ha ricevuto a Palazzo Grazioli.
Mangiavillani, invece, lavora al Velino, l'agenzia giornalistica nata sotto l'ala di Lino Jannuzzi. "Il Velino è stato generosamente finanziato da Antonio Saladino, il principale imputato di Why Not, e ha avuto un ruolo centrale nell'azione di disinformazione che ha poi portato all'estromissione di Luigi De Magistris dalle indagini", ricorda Genchi.
La tempistica di quell'estromissione la ricorda il protagonista, l'allora pm diventato oggi parlamentare europeo dell'Italia dei valori. "Inverno 2007: contesto la violazione della legge Anselmi al deputato Pdl Giancarlo Pittelli. Giugno: nell'indagine entrano il generale della Guardia di finanza Paolo Poletti e, tra gli altri, il costruttore della "cricca" Valerio Carducci. Luglio: perquisisco gli uffici di Luigi Bisignani. Agosto: il capo degli ispettori ministeriali Arcibaldo Miller arriva a chiudere l'ispezione alla procura di Catanzaro e due mesi dopo io sono fuori dall'indagine". C'è una curiosa circolarità nelle storie italiane degli ultimi anni. Tante vicende diverse, da Why Not alle più recenti inchieste sulla "cricca" e sulla "P3", fino alle campagne condotte contro Gianfranco Fini e, su un altro piano, contro l'ex amministratore delegato di Unicredit Alessandro Profumo. "I nomi che troviamo sono sempre gli stessi", ribadisce Genchi. "I protagonisti sono sempre quelli di cui avevamo già nel 2007 analizzato i tabulati telefonici". Il network lavora in quell'area di confine tra apparati di sicurezza e agenzie di stampa, giornali e siti on line, mondo politico e aziende telefoniche. Mischia verità e menzogne, nella migliore tradizione delle "intossicazioni informative" dell'intelligence. "Il presidente del Consiglio dovrebbe stare attento", conclude Genchi, "si è affidato a una compagnia che può essere utile nel breve periodo, ma è così pericolosa e incontrollabile che potrebbe finire per danneggiare anche lui".
 
 
 

La nuova tangentopoli nasce in Val di Susa

 
Ambientevalsusa
info@ambientevalsusa.it


ULTIME NOTIZIE sulla Torino -Lyon
 
 
25 settembre 2010:  MARCIA NO TAV RIVALTA - RIVOLI

Negli ultimi giorni qualcosa di nuovo ha cambiato gli equilibri.
L'europarlamentare Vito Bonsignore, ha dichiarato: «Così com'è oggi la proposta Tav è diversa da quella di anni fa, e quindi è un'altra cosa. Le merci saranno poche, molti di più i passeggeri. Diversamente da come sostiene Virano». Ed è scoppiato un macello. Chi si è agitato però non ha notato che già Tremonti alcuni giorni prima aveva chiesto di ridurre i costi troppo alti (1.300 euro al cm oggi), ipotizzando di utilizzare una sola galleria.
Pochi sapevano in quel momento ciò che invece preoccupava il Ministro:
1) mancano i soldi e quei 671 milioni di Euro di finanziamento UE rischiano di far accendere le luci nel buco delle finanze italiane (se lo Stato italiano ricevesse richiesta di "mettere sul piatto" la sua parte di finanziamento, scoppierebbe probabilmente il bubbone da parte della UE;
2) probabilmente Tremonti sapeva già ciò che invece è apparso sui giornali solo domenica 19 settembre, ovvero che il Portogallo aveva appena annullato le gare d'appalto per la tratta Madrid-Lisbona, a causa aumento costi e crisi economica. Si noti bene che per 50 km di una tratta i costi erano 1,9 miliardi di Euro, ovvero 38 milioni a km, non certo 130 come per la Torino-Lyon… eppure il Portogallo ha deciso di sospendere tutto!
A questo punto chi ci legge comincerà ad interrogarsi sulla stranezza di questi dati così difformi, ed allora non ci resta che indicare alcune istruttive letture.
Una scheda su chi questa opera in valle di Susa la progetta: la Tecnimont, un articolo di Gianni Barbacetto, che parla proprio della linea TAV in valle di Susa, intitolato: La nuova tangentopoli? Nasce in Valsusa.
Naturalmente ognuno si farà la sua personale idea su ciò che succede, appare però indiscutibilmente chiaro a questo punto che sono saltate tutte le regole del gioco, che manca il senso della misura come dice il giudice Imposimato.

20 settembre 2010:  LA VALLE DI SUSA? COME UNA PENTOLA A PRESSIONE
La Valle oggi è una pentola a pressione, con il gas acceso al massimo. Si intervallano nei vari centri valsusini le serate informative sul progetto LTF. Gli amministratori che hanno letto i progetti, provano a spiegarli ai cittadini.
Ci sono gli esperti della Comunità Montana, di Habitat e dei vari Comitati No TAV che hanno riletto, sempre più allarmati, i dati di questo ennesimo progetto, il quinto (ufficiale) della serie.
E dopo che da Firenze e dal Mugello sono saliti in valle a spiegare cos'è successo in Toscana, i valsusini sono ancora più preoccupati.
Ci sono i giornali locali che prendono nota e trasferiscono tre volte a settimana i dati del possibile scempio a tutti i cittadini. Si susseguono iniziative di mobilitazione, incontri, marce; riunioni tra esperti, ambientalisti, comitati. Presidi No Tav nascono come funghi, dopo quello di Maddalena, l'ultimo è quello di Vaie.
Poi ci sono i partiti regionali e nazionali affaccendati a garantire agli industriali che gli appalti si faranno. Il PD torinese si dice imbarazzato da una semplice marcia tra le vigne. Mentre il PD in modo puerile prova a pensare di isolare il presidente della Comunità Montana Plano, l'immagine del PD all'estero è ai minimi storici se perfino il quotidiano spagnolo El Pais scrive: PD? En coma y sin respirador… solo in Valle di Susa c'è un po' d'aria?
La situazione si può ben inquadrare riassumendo alcune frasi apparse sui giornali:
Plano, presidente Comunità Montana: "No Tav e amministratori di nuovo uniti: «E' solo l'inizio».
«Restiamo uniti. Ora e sempre resistenza». Ezio Paini, sindaco di Giaglione.
Davide Bono (Movimento Cinque stelle) la «Valsusa è un esempio di responsabilità e libertà».
Chiamparino, sindaco di Torino e possibile candidato alla leadership del PD: "vincere i congressi per isolare Plano", e non sarà un caso se La Stampa titolava in questi giorni: "Blitz nelle sezioni contro i No Tav del Pd".
Le "prove tecniche di resistenza" a Chiomonte sono stae un successo: siamo alle pendici del Rocciamelone e altri luoghi storici per la Lotta di Liberazione, siamo in un imbuto, un territorio di montagna, stremato dalla disoccupazione come gran parte del Paese, ma che ha sempre rifiutato compensazioni ed accordi sottobanco di svendita del territorio. I pochi amministratori che hanno provato a fare il "salto della quaglia" o che si vantano di aver fatto spostare dai loro paesi il tracciato della linea vengono pubblicamente contestati e non c'è da stupirsi, visto che cinque anni fa sulle barricate rifiutavano l'appellativo di "Nimby".
Decine di persone sono al lavoro in ogni paese, amministrazione, Comitato e associazione ambientalista. Leggono i 12 scatoloni di carte dei progetti, fanno osservazioni, cercano di capire quale sarebbe il loro futuro se un progetto del genere si realizzasse. Più leggono, più sentono il bisogno di organizzarsi per opporsi con tutti i metodi legali e non violenti conosciuti.
La pentola è bollente, c'è bisogno di tanto buon senso da parte di tutti. C'è bisogno che ognuno faccia bene il proprio lavoro, nel rispetto delle leggi, delle proprie dirette responsabilità, per il bene, non tanto della Valle di Susa ma di tutto il Paese.

A SARA' DURA! (ma per loro)

 
 

E' morto in cantiere in Svizzera Pietro Mirabelli, alfiere dei diritti del lavoro

 
Medicina Democratica onlus
Sede di Firenze, Piazza Baldinucci 8 r, 50129 Firenze

Associazione di volontariato Idra
 
 
COMUNICATO STAMPA   -   Firenze, 22.9.'10
 
 
PIETRO MIRABELLI, ALFIERE DEI DIRITTI DEL LAVORO, È MORTO IN CANTIERE, IN SVIZZERA.

Una spinta naturale e irresistibile alla giustizia sociale, alla dignità della persona, ai diritti del lavoratore: questo e tanta calda umanità nel DNA di quest'uomo, Pietro Mirabelli, uomo intero, bandiera di un Sud che dopo 150 anni di cosiddetta unità d'Italia l'emigrazione ancora dissangua.
Il 29 marzo 2001 "Pietro il minatore", delegato sindacale CGIL, volle scrivere al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi il 29 marzo 2001, dal cantiere TAV del Carlone, una lettera aperta.
"Le ho stretto la mano quando, un mese fa, è venuto a "festeggiare" nella galleria di Vaglia dell'Alta Velocità ferroviaria l'abbattimento di un diaframma. L'ho chiamata con rispetto, Le ho stretto la mano e Le ho sussurrato: "Ci salvi Lei, Presidente!". Ricorda? Mi ha guardato, ha avuto un moto di sorpresa forse: ero proprio io, quel rappresentante sindacale delegato alla sicurezza che Le aveva scritto poche ore prima per chiedere di poterLe parlare in occasione della sua visita. Avrei voluto raccontarLe i problemi che assillano ancora oggi la vita, e umiliano la dignità, di centinaia e centinaia di lavoratori aggiogati al ciclo continuo e a condizioni ambientali abbrutenti, qui nella civilissima Toscana, nelle viscere dell'Appennino, in mezzo all'acqua e al fumo, a mille chilometri da casa. Ma la Prefettura di Firenze mi informò che quel giorno Lei avrebbe avuto troppo poco tempo. E che tuttavia avrei potuto scriverLe, certo che Ella mi avrebbe letto.
Ecco dunque ciò che un delegato sindacale eletto dai minatori della TAV Le chiede con un ultimo (creda: ultimo) lumicino di speranza. Dopo che tutte le altre strade si sono mostrate sbarrate. E' un appello con le valigie in mano, signor Presidente. E' un appello a intervenire. A chi le scrive è rimasta solo la scelta di lasciare il proprio lavoro, la propria rappresentanza, le proprie speranze. Il proprio stesso Paese".
E così si chiudeva, quella lettera che non passò certo inosservata, dopo che anche il cardinale di Firenze mons. Silvano Piovanelli aveva perorato in una omelia pasquale nella cattedrale di Santa Maria del Fiore la causa dei moderni ultimi:
"Le scrivo, Presidente, con un piede dentro e uno fuori da quel cantiere di Vaglia, in provincia di Firenze, in cui lavoro da due anni e che anche Lei ha visitato in un giorno molto, molto particolare. Non credo che potrò resistere a lungo nel clima di ostilità che si è costruito intorno a questa lotta giusta e condivisa. Temo proprio di dover gettare la spugna. Di dovermene andare.
Oso aspettarmi da Lei, Presidente, una risposta a questo ultimo grido di speranza, che Le indirizzo prima di essere costretto a cercare lavoro e dignità all'estero. Dove spero di trovare quel rispetto, quella civiltà, che la nostra Repubblica non sta dimostrando di saper garantire né a chi ha voce per protestare né ai mille protagonisti muti della costruzione di questa opera "pubblica" insieme alla quale si stanno distruggendo in realtà le loro vite, la loro dignità, le loro speranze. Ma in fondo anche i diritti di tutti.
Tutte le volte che ripasserò dalla Toscana, signor Presidente, mi farà male al cuore pensare che cosa c'è dietro l'immagine di questa regione, fino a ieri così positiva e progressiva, per tutti noi nel nostro povero Sud! Cosa c'è dietro questa mitica "terra delle libertà e dei diritti"!
Se non interverrà Lei, chi si potrà dire che la sta vincendo questa battaglia, signor Presidente? Lo Stato o la Prepotenza? Il Diritto o la Sopraffazione?".
Da allora, è cambiato qualcosa?
Molti segni indicano che no, che in certi luoghi le condizioni di lavoro sono diventate addirittura peggiori.
Qualche mese fa, dopo aver perso l'impiego nei cantieri TAV, dopo mesi di inutile ricerca di un lavoro, l'alfiere dei diritti e della sicurezza ha dovuto abbandonare un nuovo impiego nei cantieri della Variante di valico, troppo umilianti per lui. Pietro è davvero partito, ha davvero lasciato non solo la Calabria e il suo paese di minatori da generazioni, ma anche l'Italia. Ed è andato a morire in Svizzera. Solo.
Di noi, era per molti versi il migliore. Di sicuro il più esposto, il più coraggioso. Ma alla fine non siamo stati in grado di trattenerlo. Non abbiamo saputo difendere fino in fondo chi difendeva l'umanità del lavoro. Un uomo che dalle autorità pubbliche avrebbe meritato attenzione, plauso e tutela, è morto solo, in terra straniera. Insieme a quei massi di galleria è precipitata su di lui la storia di un Sud che non cessa di soffrire e di emigrare, la storia di un Nord che non cessa di coltivare un'idea distorta ed egoistica di progresso, una storia che non sembra voler cambiare marcia e direzione. Ma noi non dimentichiamo, e anzi continuano a darci forza, il suo sorriso fraterno, il suo acuto intuito, il suo impegno intelligente, generoso e determinato.


 

Sulla morte di Pietro Mirabelli, lavoratore delle gallerie

 
Comitato contro il Sottoattraversamento AV di Firenze

COMUNICATO STAMPA   -   Firenze, 22 settembre 2010

Cittadine e cittadini del Comitato contro il sottoattraversamento AV di Firenze esprimono tutto il loro dolore alla notizia della morte di Pietro Mirabelli, avvenuta la notte scorsa in un incidente sul lavoro, in una galleria in Svizzera. Un masso si è staccato dal fronte di scavo e gli ha provocato ferite mortali.
Sono tanti, troppi i lutti che ogni giorno si verificano per le pessime condizioni di lavoro, ma la morte di Pietro Mirabelli non possiamo tacerla.
Chi si è occupato dei tanti problemi che il progetto TAV ha provocato in Italia non può non aver conosciuto Pietro Mirabelli: in origine minatore - figlio d'arte si definiva - famiglia di minatori, arrivava da un paese della Calabria, Pagliarelle, dove l'unica speranza di sopravvivenza era l'emigrazione. Praticamente tutti in paese erano minatori, poi lavoratori nella realizzazione di gallerie che nascevano dall'ipertrofia delle grandi opere sotterranee in Italia.
Molti lo hanno conosciuto come RSL (responsabile della sicurezza sul lavoro), funzione che aveva svolto con grande competenza, ma soprattutto serietà e passione tali che lo avevano portato a denunciare le anomalie che si verificavano nei cantieri dell'alta velocità in Mugello: i turni massacranti cui erano sottoposti i lavoratori, le squadre di lavoro anomalamente ridotte, la condizione di esclusione, segregazione cui erano sottoposti questi lavoratori lanciati in un tessuto sociale che non li sapeva nemmeno riconoscere; il tutto, troppo volte, nell'ndifferenza del sindacato. Pietro ha raccontato, con la propria esperienza e con la testimonianza vivente dei suoi colleghi, come lo scandalo dell'enorme quantità di risorse economiche prelevate dai costruttori delle linee TAV sia andato tutta nel susseguirsi di appalti e subappalti, nello spreco di risorse e materiali, facendo ricadere sugli ultimi – i minatori della TAV – tutti i costi più amari e dannosi di un progetto anomalo.
Chi ha conosciuto Pietro sa della lotta difficile di questo lavoratore coraggioso che ha saputo rapportarsi con chi denunciava l'assurdità delle grandi opere; è stato davvero profetico nel proporre un circolo virtuoso in cui lotta per il lavoro, difesa dell'ambiente, difesa delle condizioni di vita devono essere esempio per questa Italia devastata dalla crisi economica e dalla speculazione del cemento.
E' con profonda commozione che le persone del Comitato salutano un uomo che non potranno dimenticare. Agli amministratori potremmo suggerire di dedicare una via a Pietro Mirabelli, lavoratore delle gallerie, le cui azioni hanno suggerito a tutti un mondo migliore.
 
 
 

Le città del mondo con strade tutte uguali

 
Le città del mondo con strade tutte uguali
di Franco La Cecla

LA REPUBBLICA   -   20 settembre 2010   pag. 1 e 29

Modena, Mantova, Vittorio Veneto, ma anche Saint Emilion, o Koln, Granada o Stoccolma o Utrecht, ma anche Milano, Bordeaux o Lisbona, la sera dopo l'ora di chiusura, lungo l'asse – pedonale o no – che nel centro storico antico o rifatto ospita le boutique e le catene, H&M, Benetton, Zara, Sephora.
Una solitudine desolata, vetrine che la cantano solo a se stesse avendo perso il riflesso imbarazzato dei consumatori giornalieri. Il destino di questi centri sembra dappertutto lo stesso. Una apparente vitalità, che dura fin quando dura l'auspicato leccar vetrine, ma poi a sera - altro che sabato del villaggio - un abbandono al guardiano notturno e ai suoi fogliettini, qualche ubriaco, qualche depresso a passeggio. Perché ha vinto questo modello che è il contrario dell´abitare un luogo? Per abitare non bisogna solo transitare, fruire, passare, bisogna stare. Cosa ha fatto sì che il modello piccolo borghese dei saldi pomeridiani e della tv serale abbia schiacciato sotto il suo peso la bellezza magnifica dell´annottar per strada? Oggi le main streets boutiquizzate d'Europa offrono lo squallido spettacolo di città fantasma, di città morte, come se la vita di una città dipendesse davvero dalla presenza delle luci false e dei manichini muti, delle commesse impupate e sottopagate, delle telecamere onnipresenti.
Sembra che proprio quegli assi pedonali pensati per sconfiggere le automobili diventino autostrade di cittadini da controllare con videoguardiani e da spolpare. La vita di strada, questa magnifica costellazione che ha creato l'urbanità, valore inventato in Italia ed in Europa, invidiato da tutto il mondo è fatta di bar, caffè, terrazze, bistrò, di locali di ritrovo, ma anche altre attività, cinema, teatri, barbieri, fiorai, lavanderie, librerie, negozi di vecchie cose, gradini, sedili, panchine, spazi antistanti chiese e palazzi, crocicchi di gente e ciacolii. É come se le città, ridotte a teatro di ombre private avessero dimenticato la libertà che crea quella democrazia che è stare tra conosciuti e sconosciuti nello spazio pubblico.
Hanno dimenticato ad esempio la bellezza dei mercati. A Junagadh, in India, una cittadina povera e magnifica del Gujarat, per i vicoli la sera ci si sente molto più ricchi che a Parma e a Modena, perché non c'è niente di più incredibile che passare per il vicolo degli orefici, per quello dei venditori di farina, per quello delle spezie, dei tessuti, della frutta e dei fiori, un mercato di voci, sguardi, gente a contrattare e a osservare, perdigiorno.
Perché abbiamo tradito la vocazione delle nostre città, che erano nate in questo senso, dei centri che una volta erano davvero luoghi di vita? C'è un terribile errore di fondo, quel credere che il consumismo sia l'unica attività pubblica concessa. Senza togliere nulla al consumismo che puo essere divertente la vita dei cittadini è qualcosa di molto più ricco e interessante, non solo l'illusione di vetrine che da sole non creano socialità. Non erano così nemmeno i passages parigini, che pullulavano di vita a qualunque ora, per quanto siano stati gli antesignani dei nostri luoghi di vetrine. Lì si vedevano poeti, scrittori, puttane, agenti di commercio e flaneurs, ma era l'idea di città che vi stava intorno a dare al tutto un senso. Oggi nemmeno gli urbanisti, per non parlare degli architetti, sanno in cosa consista una città. Glielo cantava già Shakespeare: «che cosa sono le città se non gente».
 
 
 
Stessi negozi, stessi bar e caffè , stessi supermercati: le vie del mondo sono sempre più uguali. Ecco un viaggio nelle città clonate
LA STRADA GLOBALE
dal nostro corrispondente Enrico Franceschini

LA REPUBBLICA   -   20 settembre 2010   pag. 28 e 29

Londra
Un caffè, un bar, un paio di ristoranti, un supermercato, una farmacia, una libreria, un´edicola, qualche negozio di abbigliamento. Questo è quello che troviamo più o meno in tutte le strade di tutte le città del mondo, perlomeno nel nostro mondo, nell´Occidente globalizzato. Ma provate a immaginare che quel caffè, quel bar, quel supermercato, siano ovunque gli stessi. Provate a immaginare che un marziano, sbarcato a Londra o a Parigi, a Chicago o a Milano, in una cittadina di provincia inglese, americana o italiana, veda intorno a sé le medesime insegne, le medesime vetrine, i medesimi prodotti. Tutto uguale. Tutto identico. Tutto indistinguibile. Al punto da non poter riconoscere il luogo in cui si trova. Un incubo? No, la realtà odierna. Quel marziano, secondo il rapporto di un think tank britannico, siamo noi. E se ancora non lo siamo, presto lo diventeremo, perché le città occidentali stanno subendo un processo di clonazione che ne cancella gradualmente ogni segno di diversità, originalità, autenticità.
Non si possono clonare soltanto le pecore, o magari, un giorno, gli esseri umani. Si può fare anche con le strade. L´espressione "città clonate" è stata usata per prima dalla New Economics Foundation (Nef), una fondazione di studi del Regno Unito che cinque anni fa ha dato l´allarme. In realtà il fenomeno, senza che nessuno gli avesse dato un nome, esisteva già da tempo. É partito, come quasi tutto, dagli Stati Uniti, cioè da un paese in cui le città hanno una storia assai meno lunga di quelle europee, in cui i centri storici, al posto delle piazze, hanno la "main street", la strada principale, una via soprannonimata così in tutte le città americane. Come i villaggi del Far-West descritti dal cinema, la "main street" aveva il barbiere, l'emporio, il saloon, e da questa trinità si è sviluppata una crescita uniforme, massificata, priva di fantasia. Le catene di ristorazione, di alimentari, di ogni genere commerciale, sono nate e si sono moltiplicate negli Usa perché in una nazione così grande, i cui abitanti erano abituati a muoversi molto più di quelli della vecchia Europa, l'uniformità era considerata un pregio, non un difetto: trovare lo stesso ristorante, lo stesso hotel, lo stesso bar, lo stesso supermarket, a Dallas come ad Atlanta, a Los Angeles come a Boston, era ed è tuttora un motivo di conforto, di rassicurazione, per il viaggiatore.
Senonchè, a un certo punto, la McDonaldizzazione dell'America ha attraversato l'oceano ed è arrivata in Europa. La si può individuare dappertutto, perché le grandi catene di ristorazione e distribuzione sono ormai multinazionali, ma è in Gran Bretagna, il paese culturalmente più simile agli Usa, che la tendenza si è manifestata fino in fondo. Un nuovo rapporto della Nef, il think tank che coniò il termine, afferma che oggi il 41 per cento dei centri urbani del Regno Unito sono "città clonate" e un ulteriore 23 per cento è in procinto di diventarlo: in pratica, due terzi delle città britanniche hanno la stessa, identica "high street", come si chiama qui la strada principale, la via dello shopping e del passeggio, equivalente della "main street" americana. Il caffè è uno Starbucks o un Costa. Il pub è un Wheterspoons o un All Bar One. Il ristorante è un McDonald per il fast food, un Wagamama per il cinese, Domino´s per la pizza, Nando´s per il pollo, T. G. F. (Thanks God is Friday - grazie a Dio è venerdì) per le uscite del week-end e così via. Il supermercato è un Tesco, un Sainsbury o un Waitrose. La farmacia è Boot, la libreria è Waterstone, l'edicola è W. H. Smith. E il negozio di abbigliamento è Gap o Top Shop. Aggiungeteci un negozio di telefonini Vodafone, uno di elettronica ed elettrodomestici Curry, uno di arredamento Conran, e la strada è completa. La città è fatta. Anzi, clonata. Il rapporto 2010 della Nef indica in Cambridge la città più clonata di Gran Bretagna: proprio Cambridge, con la sua università ottocentenaria, le sue stradine medievali ornate di guglie, torri e pinnacoli. Eppure sulla sua "high street" convivono soltanto nove varietà di negozi, nove "brand" differenti. Richmond, un quartiere di Londra, è ancora più in basso nella classifica della clonazione urbana: nel suo intero territorio sopravvivono solamente cinque botteghe indipendenti. Soltanto un terzo delle città britanniche resiste all´avanzata costante dei "chain stores", le catene di negozi tutti uguali; e per trovarne una veramente sgombra di insegne clonate bisogna andare a Whitstable, un porticciolo del Kent, dove il 92 per cento dei negozi sono indipendenti.La clonazione non riguarda solo l'Inghilterra. Un negozio alla volta, sono anni che anche le altre città di Europa diventano più simili fra loro. É la filosofia dei centri commerciali, che eliminano la concorrenza dei negozietti a gestione familiare e tolgono originalità al panorama urbano del vecchio continente, per cui la Spagna comincia a somigliare alla Svezia e una strada di Copenaghen a una di Dusseldorf o di Atene. «Ma non è solo una questione estetica», osserva Paul Squires, co-autore del rapporto sulle città clonate per la New Economics Foundation. «I nostri dati dimostrano che le città più dipendenti dalle grandi catene di ristorazione e distribuzione sono le più vulnerabili in tempi di recessione. Le catene sono le prime ad andarsene quando l´economia va male, perché non hanno alcun legame reale con il territorio». Non tutti concordano. Altri studi sostengono che le catene di negozi, disponendo di maggiori fondi, possono permettersi più forti investimenti nella realtà locale. E se le catene hanno successo, è perché i prodotti che offrono costano meno e piacciono di più ai consumatori.
Come che sia, una cosa è certa: l'espansione delle città clonate ha devastato i piccoli esercenti. Tra il 1997 e il 2002, i negozi indipendenti di alimentari in Gran Bretagna hanno chiuso al ritmo di uno al giorno e quelli di prodotti specializzati al ritmo di 50 alla settimana. Tra il 2002 e il 2010, secondo una stima, il ritmo è raddoppiato. Nell'ultimo anno in Inghilterra hanno chiuso 700 pub nei villaggi, ed è scesa la saracinesca su quasi altrettanti negozi indipendenti. La scelta è sempre di più tra il nulla e il commercio clonato. «É la clonazione della nostra esistenza quotidiana», dice Elizabeth Cox, anche lei autrice del rapporto della Nef. «Vuol dire che ci sono meno prodotti tra cui scegliere, meno concorrenza tra produttori, meno convenienza per il pubblico. É anche un rischio per la democrazia, perché quando avremo una sola catena di edicole o una sola catena di librerie in tutto il paese, queste diventeranno gli arbitri dei giornali e dei libri che leggiamo. Così come i supermercati sono gli arbitri di quello che mangiamo». Le città clonate non sono, tuttavia, un'esclusiva del capitalismo globalizzato. Esistevano anche nell´Unione Sovietica comunista. Dove ogni anno, a Capodanno, la tivù trasmetteva (e lo trasmette ancora, anche nella Russia post-comunista) un delizioso filmetto su un tale che il 31 dicembre si ubriaca con gli amici in una sauna di Mosca, sale per sbaglio su un aereo invece che sul bus, finisce a Leningrado, all'arrivo dà il suo indirizzo di casa a un tassista e viene portato in una strada identica alla sua di Mosca, davanti a un palazzone uguale al suo, dove c´è un appartamento come il suo, che lui può aprire con la sua chiave. Dentro, trova la donna dei suoi sogni. Ma se fosse bello vivere così, l'Urss sarebbe ancora al suo posto.
 
 
 

Auditorium della Musica di Firenze, una gara pasticcio

 
Auditorium, gara-pasticcio sotto la scure dei giudici
Il Consiglio di Stato: la commissione Nastasi ha violato le regole
di Franca Selvatici

LA REPUBBLICA  Edizione FIRENZE   -   16 settembre 2010   pag. V

Dopo il Tar, anche il Consiglio di Stato ha pronunciato una severa sentenza (stavolta definitiva) sulla gara per l'assegnazione dei lavori del Nuovo Parco della Musica di Firenze. Nelle 76 pagine della motivazione, è drastico il giudizio sull'operato della commissione di concorso presieduta da Salvatore Nastasi (oggi capo di gabinetto del ministro Bondi), che il 28 dicembre 2007 decretò la vittoria del progetto dell'architetto Paolo Desideri presentato dalla Sac, impresa romana degli imprenditori Claudio ed Emiliano Cerasi. Il Consiglio di Stato afferma che la commissione ha disapplicato le regole fissate nel bando di gara il quale, «unitamente alla lettera di invito, costituisce la lex specialis della gara», che «non può essere disapplicata nel corso del procedimento». Era stata la stessa struttura di missione della presidenza del Consiglio, in qualità di stazione appaltante, a inquadrare la gara nello schema normativo dell'appalto integrato, sulla base di un progetto preliminare predisposto dalla amministrazione, «con indicazione specifica di talune caratteristiche fondamentali - o comunque significative – dell'opera e delle relative dimensioni». Dunque - sostengono i giudici amministrativi - la commissione di gara manifestò grave imperizia e negligenza decidendo di considerare le indicazioni del progetto preliminare semplici «parametri generali da ritenersi indicativi e non strettamente prescrittivi», cioè non veramente vincolanti, e non motivando in alcun modo il massimo del punteggio assegnato al progetto Sac, che si discostava fortemente dalle prescrizioni, in particolare abbassando la torre scenica indicata nel progetto preliminare come elemento di «forte riconoscibilità visiva esterna».
Dopo aver escluso che alla gara potessero essere applicate le deroghe introdotte dal decreto legislativo 343 del 2001, sul quale esprime peraltro forti riserve («ha affidato al Dipartimento della Protezione Civile competenze incoerenti con le sue istituzionali funzioni emergenziali connesse a rischi ed eventi calamitosi»), il Consiglio di Stato ha confermato il giudizio del Tar sull´esistenza di un «vizio logico insanabile» che ha pregiudicato la gara. In più, «a fronte delle manifeste imperizie e negligenze poste in essere dall´amministrazione attraverso i suoi funzionari, con le conseguenti condanne al risarcimento dei danni... e a fronte dei non chiari meccanismi di lievitazione dei costi» (passati da 80 a oltre 236 milioni), ha trasmesso gli atti alla Corte dei Conti.



Toscana, coop rosse? No, Verdini!

 
COOP ROSSE? NO, VERDINI
Le cooperative vicine al Pd e il Monte dei Paschi fanno affari col coordinatore Pdl in Toscana
di Daniele Martini

IL FATTO QUOTIDIANO  -   16 settembre 2010   pag. 7

Domande retoriche: fareste affari con un avversario? Entrereste in società con lui? Nella politica in Toscana la risposta non è scontata. Prendete i giornali e l'informazione, per esempio, strumenti fondamentali per la formazione del consenso. Sapete chi c'è tra i soci del Giornale della Toscana di Denis Verdini, il coordinatore nazionale Pdl, il dirigente appena un gradino sotto Silvio Berlusconi, il politico ritenuto il tessitore delle trame P3, il proprietario del Credito cooperativo fiorentino, la "banchina" sospettata di aver elargito a fiumi e per anni crediti facili agli amici degli amici? Nella Ste (Società toscana di edizioni), l'azienda editrice del Giornale, ci sono il Monte dei Paschi di Siena e la Coop Centro Italia. Cioè la terza banca italiana dopo Intesa e Unicredit, quella a più alto tasso di influenza e presenza Pd, per non dire a quasi totale influenza pidiessina, e una delle coop di consumo tra le più grandi di tutto il sistema cooperativo rosso. E sapete anche chi sta per comprare Radio Dimensione Firenze e Lady Radio, emittenti che fanno riferimento a Verdini? La Cna di Firenze, sigla storica dell'associazionismo di sinistra.

Coincidenze del potere
CASI? Coincidenze fortuite? Forse, anche se è difficile crederlo. Nelle dichiarazioni ufficiali, nella propaganda, sulla carta, Pd e Pdl non si possono vedere, stanno fieramente su fronti opposti, si contendono il consenso centimetro per centimetro. Il primo amministra quasi ovunque dal dopoguerra anche se con sigle di volta in volta diverse, dal Pci al Pd. Il secondo dovrebbe dare fiato e sostanza all'opposizione e proporsi come alternativa credibile di governo. Ma basta grattare un pò la superficie per scoprire una realtà diversa, per accorgersi che non sempre è così e non dappertutto. Se si parla di affari, appalti, costruzioni, giornali e informazione, i due schieramenti mostrano inaspettati punti di contatto, affinità, intrecci e contiguità, tanto da apparire sorprendentemente più vicini che lontani.
In Toscana, tra gente che ci gode a levar la pelle con una battuta, si sente dire spesso che Pd e Pdl somigliano ai ladri di Pisa, tutti intenti a litigare a sangue di giorno per spartirsi il bottino arraffato insieme di notte. Che Monte dei Paschi, Coop e Cna siano contigui al Pd è risaputo. La Cna è la più grande associazione di artigiani del capoluogo fiorentino, con 11 mila imprese associate e siappresta a puntare 1 milione di euro circa per entrare con quote di minoranza nel capitale delle due radio toscane, due emittenti molto ascoltate e storiche (Rdf è stata fondata 34 anni fa, l'altra 6 anni dopo), entrambe partecipate da Verdini e controllate da Pierluigi Picerno, legale rappresentante della Ste e amministratore del Giornale della Toscana dello stesso Verdini a sua volta collegato al Giornale diretto da Vittorio Feltri e di proprietà di Paolo Berlusconi. Il nome di Picerno ricorre spesso nelle indagini su Verdini e la P3, indicato come il professionista che accompagnò una certa Antonella Pau, legata al faccendiere piduista Flavio Carboni, nella sede della banca di Verdini per trattare gli aspetti finanziari del lancio di un'edizione sarda del Giornale toscano. Imbarazzi nella Cna a trattare con Verdini & company? Non traspaiono. Spiega il direttore dell'associazione, Luigi Nenci: "Non trattiamo direttamente con lui, a noi interessa portare i temi del lavoro al centro dei programmi di quelle emittenti".
Carissimi nemici
LA COOP Centro Italia è una grande realtà della distribuzione alimentare e anche del non food, nata dalla fusione tra Coop Umbria e Unicoop senese, con quasi mezzo milione di soci, 2.600 dipendenti, un utile netto nel 2009 di 6,3 milioni di euro e una rete di vendita diffusa tra Toscana, Umbria, Lazio e Abruzzo, ma concentrata soprattutto nelle province di Siena e Perugia. Per capire quanto il Pd pesi sul Monte dei Paschi, invece, basta passare in rassegna l'organico del vertice dell'istituto. Nella Deputazione generale sono Pd o scelti dal Pd 10 su 16 e in più hanno un rappresentante ciascuno Sinistra e libertà e Rifondazione comunista. Nella Deputazione amministratrice sono del Pd 5 rappresentanti su 7, più un esponente dei Riformisti, raggruppamento vicino al Pd. La Deputazione amministratrice ha diritto di nomina di 6 su 12 del vertice operativo dell'istituto, 5 di questi sono Pd, a cominciare dal presidente, Giuseppe Mussari, che è anche presidente dell'Associazione delle banche (Abi); gli altri sono Fabio Borghi, Alfredo Monaci, Ernesto Rabizzi, Graziano Costantini. L'unico del gruppo non di area Pd è Andrea Pisaneschi, professore di Diritto costituzionale a Siena, molto legato a Verdini e presente con un altro dirigente del Monte, Leonardo Pizzichi, anche nel consiglio di amministrazione di Eutelia, la società di telecomunicazioni occupata nell'autunno di un anno fa dai dipendenti stufi di non ricevere lo stipendio da mesi e assaltata da uno dei proprietari della famiglia Landi assieme a un manipolo di violenti a colpi di bastone e spranghe di ferro. Pizzichi è presidente del collegio sindacaledi Monte dei Paschi Leasing & Factoring ed era anche presidente di Eutelia ed è tuttora in carcere proprio per le vicende della società di telecomunicazioni. Pizzichi è anche esponente dei Riformisti e con il suo gruppo si appresta a sostenere Franco Ceccuzzi, deputato Pd, nella sua corsa alla carica di sindaco di Siena alle elezioni della prossima primavera.

La Edib e i quotidiani
MONTE PASCHI e Coop sono presenti nel capitale della editrice del Giornale di Verdini attraverso partecipazioni importanti nella Edib, società editoriale controllata dai Barbetti, gruppo umbro di cementieri. La partecipazione del Monte dei Paschi avviene attraverso MpsInvestmentsconquoteper un valore di oltre 2 milioni e mezzo di euro; la Coop partecipa, invece, con circa 705 mila euro, più del 10 per cento dei suoi utili. La Edib è diretta da Rocco Girlanda, deputato umbro del Pdl e sodale di Verdini, così come risulta da numerose intercettazioni, e a sua volta è proprietaria di una catena di quotidiani assai diffusi ed influenti tra l'Umbria, la Toscana meridionale e il senese: il Corriere dell'Umbria, il Corriere di Siena, il Corriere di Arezzo, il Corriere di Grosseto etc… Tra questi, Il Corriere di Siena sta lanciando da settimane la candidatura del Pd Ceccuzzi alla carica di sindaco della città.


 

Fusi salva Ligresti

 
FUSI IL SALVATORE
L'imprenditore della "cricca" si accolla gli alberghi di Ligresti nonostante i bilanci in rosso
di Vittorio Malagutti

IL FATTO QUOTIDIANO   -   5 settembre 2010   pag. 6

Milano
Aiuto, mi si sono ristretti gli alberghi, si lamenta Salvatore Ligresti alle prese con i guai grossi della sua catena Atahotels. Perdite, debiti, clienti in calo anche per colpa della recessione. E allora che si fa? Per salvare il salvabile Ligresti si allea con Riccardo Fusi. Proprio lui, uno dei protagonisti della cricca degli appalti, il grande amico e sodale del coordinatore nazionale del Pdl Denis Verdini, lo stesso Fusi che è indagato nell'inchiesta giudiziaria fiorentina sugli appalti per la caserma dei marescialli.
A dire il vero anche Ligresti a Firenze non se la passa granché bene. I magistrati lo vogliono mandare a processo per corruzione nella vicenda delle concessioni edilizie per l'area Castello. Una storiaccia che ha travolto anche gli ex assessori del capoluogo toscano Gianni Biagi e Graziano Cioni.
Poco male. In attesa di risolvere i loro problemi sul fronte penale, Ligresti e Fusi progettano le nozze. In sostanza Atahotels dovrebbe presto fondersi con Una, la catena alberghiera, tra le più importanti in Italia, di proprietà della famiglia Fusi. Il progetto, di cui si parlava da tempo negli ambienti finanziari, è stato confermato con un'intervista a un quotidiano economico da Ernesto Albanese, l'amministratore delegato della società di Ligresti. "Potrebbe essere una buona operazione", si sbilancia (ma neppure troppo) Albanese nell'intervista spiegando che le due catene sono complementari per "distribuzione geografica" e "mercati di riferimento". Sarà. Ma le affinità elettive tra i promessi sposi non si fermano qui. E per scoprirlo basta sfogliare i bilanci delle due società. Ormai da un paio di anni Atahotels naviga a vista, costretta di volta in volta ad aggiornare (al ribasso) i piani di rilancio.
Ma anche la società di Fusi, giusto l'anno scorso, è stata costretta a chiedere aiuto alle banche per evitare il naufragio. Gli ultimi dati ufficiali disponibili segnalano che nel 2008 Una è andata in perdita per 23 milioni su 55 milioni di ricavi. L'accordo con gli istituti di credito, tra cui Popolare di Milano, Monte dei Paschi e Intesa ha dato un po' di respiro alla catena alberghiera. Giusto il tempo di guardarsi attorno e mettere in cantiere il rilancio. Impresa difficile, anche perché la recessione globale continua ad avere un impatto pesantissimo sul business degli hotel. Come se non bastasse la famiglia Fusi, azionista anche dell'impresa di costruzioni Baldassini Tognozzi Pontello è stata investita in pieno dalla tempesta giudiziaria delle inchieste sulla cricca. Ad aprile Riccardo Fusi è stato tra l'altro costretto a dare le dimissioni dalla presidenza di Una. E così le nozze con Atahotels finiscono per assomigliare tanto a un'ultima spiaggia, un tentativo estremo di salvataggio studiato e sponsorizzato dalle banche creditrici.
E Ligresti? In mancanza di meglio, almeno per il momento, il costruttore di Paternò non può fare a meno di presentarsi al tavolo delle trattative. Il suo gruppo Premafin, che ha come principale attività la compagnia di assicurazioni Fondiaria, l'anno scorso ha perso oltre 400 milioni di euro. Ed entrambe le società, sia Premafin sia Fondiaria, sono ormai da mesi in ribasso costante in Borsa. D'altra parte Ligresti è una pedina fondamentale negli equilibri dell'alta finanza nazionale, a cominciare dal Corriere della sera e Mediobanca. E questa sua posizione certo aiuta a raccogliere consensi e appoggi tra le grandi banche creditrici, in prima fila Unicredit. Atahotels però resta una spina nel fianco, una zavorra che costa ogni anno perdite per decine di milioni. Nei primi sei mesi del 2010 il conto economico si è chiuso con un passivo di 18 milioni. All'orizzonte c'è l'alleanza con Fusi, ma in attesa che l'operazione vada in porto Ligresti è già corso ai ripari. A modo suo. E così, l'anno scorso, ha ceduto la compagnia di gestione alberghiera alla Fondiaria quotata in Borsa. Una parte delle perdite di Atahotels è stata così scaricata sui piccoli azionisti della compagnia di assicurazioni. Saranno loro a pagare il conto. In attesa, chissà quando, dell'arrivo Fusi, il salvatore con i bilanci in profondo rosso.

 

Aeroporto Ampugnano (Siena): indagato Mussari, presidente Abi e Mps

 
Aeroporto Ampugnano indagato Mussari
Informazione di garanzia per presidente Abi e Mps

ANSA - 06 agosto, 20:39
http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/cronaca/2010/08/06/visualizza_new.html_1878937799.html

SIENA - Il presidente della banca Monte dei Paschi di Siena e presidente dell'Abi, Giuseppe Mussari, è indagato dalla procura di Siena per concorso morale in ordine ai reati di falso e turbativa d'asta, nell'ambito dell'inchiesta sulla privatizzazione dell'aeroporto di Ampugnano, a Sovicille (Siena). Lo ha reso noto lo stesso Mussari.

AEROPORTO AMPUGNANO: MUSSARI, SONO ESTRANEO ALLE ACCUSE
SIENA - "Ho ricevuto una informazione di garanzia dalla procura della repubblica presso il tribunale di Siena, con cui vengo informato di essere sottoposto a indagini per concorso morale in ordine ai reati di falso e turbativa d'asta, relativamente alla Procedura di privatizzazione dell'aeroporto di Siena. Mi ritengo assolutamente estraneo alle ipotesi di reato ipotizzate dalla procura di Siena, esprimo la mia più ferma fiducia nei confronti della magistratura senese". Lo ha affermato Giuseppe Mussari, presidente della banca Monte dei paschi di Siena, in merito all'inchiesta senese sulla privatizzazione dell'aeroporto di Ampugnano, a Sovicille (Siena).
 
 
 
"Falso in atto pubblico e turbativa d'asta" avviso di garanzia al presidente dell'Abi
di Franca Selvatici

LA REPUBBLICA   -   7 agosto 2010   pag. 18

SIENA - L'avvocato Giuseppe Mussari, presidente del Monte de' Paschi di Siena e dell'Abi (Associazione bancaria italiana), ha ricevuto una informazione di garanzia per concorso in turbativa d'asta e falso in atto pubblico.
L'inchiesta dei pm Mario Formisano e Francesca Firrao, nella quale sono indagate in tutto sedici persone, riguarda le procedure di privatizzazione della società «Aeroporto di Siena Spa», che gestisce il piccolo scalo di Ampugnano nel territorio di Sovicille e ne progetta il potenziamento, fra mille proteste di cittadini e ambientalisti che temono lo scempio di un paesaggio unico al mondo.
Nel 2007 un comitato di saggi nominato dal Monte de' Paschi scelse come partner della società aeroportuale «per l'adeguamento infrastrutturale dello scalo» il Fondo di investimenti Galaxy, partecipato dalle Casse depositi e prestiti italiana e francese e dalla banca tedesca Kfw. Secondo la procura, quella gara fu falsata. Mesi prima della pubblicazione dell'«invito a manifestare interesse», cioè del bando di gara, Mps e società aeroportuale avevano siglato un accordo con Galaxy per la realizzazione di un progetto di sviluppo dello scalo.
La procura, che il 28 luglio scorso ha mandato carabinieri e Guardia di finanza a perquisire la storica Rocca Salimbeni, sede centrale di Mps, ieri ha disposto d'urgenza il sequestro delle quote della società aeroportuale detenute da Galaxy. Si tratta del 56,38% delle azioni ordinarie. Il restante 43,62% è suddiviso fra Mps (21,38%), Camera di Commercio di Siena (19,66%), Comune di Siena (1,03%), Provincia di Siena (1,03%), Comune di Sovicille (0,41%), Aeroporto di Firenze Spa (0,11%). Anna Molinotti, attuale presidente del Fondo Galaxy, è stata nominata custode delle azioni in sequestro. Nel dare notizia della sua iscrizione nel registro degli indagati il presidente Mussari ha dichiarato: «Mi ritengo assolutamente estraneo alle ipotesi di reato formulate dalla procura di Siena. Esprimo la mia più ferma fiducia nei confronti della magistratura senese».
Fin dall'avvio del progetto di potenziamento dell'aeroporto, la società senese, in genere granitica, ha sperimentato una frattura sempre più profonda all'interno della sinistra, qui da sempre al potere: da una parte i fautori dello «sviluppo», dall'altra i difensori dell'ambiente e del paesaggio. Le assicurazioni di Galaxy e delle istituzioni senesi, secondo cui lo scalo, pur potenziato, non avrebbe avuto alcun impatto negativo sul territorio, non hanno trovato grande accoglienza. L'ipotesi di un aeroporto che, nel progetto iniziale, avrebbe dovuto raggiungere i 100 mila passeggeri entro il 2012 e i 500 mila nel 2020, contro i 10 mila attuali, ha sollevato ondate di proteste arrivate fino a Londra. Nel gennaio 2008 davanti alla National Gallery, che ospitava una mostra di pittura senese, una trentina di persone manifestò contro il Monte de' Paschi di Siena, accusato di sovvenzionare «la costruzione di un enorme aeroporto nel cuore della bella e incontaminata campagna toscana». Animatore della protesta era Fred Lambton, figlio del conte di Durham, proprietario della seicentesca Villa Cetinale a Sovicille, poco lontano dallo scalo della discordia.



"Quella gara fu falsata" Siena, Mussari indagato
Il pm: sull'aeroporto favorito il fondo Galaxy
di Franca Selvatici

LA REPUBBLICA Edizione FIRENZE   -   7 agosto 2010   pag. V

Il presidente del Monte de' Paschi di Siena Giuseppe Mussari, dal 15 luglio presidente dell'Abi (Associazione bancaria italiana), è sotto inchiesta a Siena per concorso morale in turbativa d'asta e falso in atto pubblico. L'indagine, coordinata dai pm Mario Formisano e Francesca Firrau, riguarda la procedura di selezione di un partner privato per l'adeguamento infrastrutturale dell'aeroporto di Ampugnano, a Sovicille. Gli indagati sono sedici. Ieri la procura ha disposto d'urgenza il sequestro delle quote della società «Aeroporto di Siena Spa» detenute dal fondo di investimenti Galaxy, scelto nel 2007 come partner privato al termine di una procedura di selezione gestita dal Monte de' Paschi. Attualmente Galaxy, di proprietà delle Casse depositi e prestiti italiana, francese e tedesca, detiene il 56,38% delle quote della società aeroportuale. Le restanti azioni sono detenute per il 21,38% dal Monte de' Paschi, per il 19,66% dalla Camera di Commercio di Siena. Comune e Provincia di Siena detengono ciascuno l´1,03%, il Comune di Sovicille ha lo 0,41%, l'Aeroporto di Firenze Spa lo 0,11%. L'attuale presidente di Galaxy, Anna Molinotti, è stata nominata custode delle azioni. Il presidente Mussari si è dichiarato «assolutamente estraneo alle ipotesi di reato formulate dalla procura di Siena» ma ha espresso la sua «più ferma fiducia nei confronti della magistratura senese».
Secondo la procura, la gara ad evidenza pubblica per la selezione del partner privato, che si svolse nel 2007, fu falsata. Il comitato di saggi nominato da Mps e presieduto da Lorenzo Biscardi, presidente dell'aeroporto e funzionario Mps, si trovò ad esaminare la proposta del Fondo Galaxy e quella di un secondo competitor, l'imprenditore Paolo Alazraki (Gruppo Dreams & Terranova). Fu scelto Galaxy. Un esito precostituito, secondo le ipotesi di accusa. Alcuni mesi prima della designazione era stato siglato un accordo fra Comune di Siena, Mps, Società aeroportuale e Fondo Galaxy avente ad oggetto la predisposizione di un progetto di sviluppo dello scalo.
Nell'ottobre 2007 la signora Corinne Namblard, all'epoca presidente e amministratore delegato di Galaxy (oggi fra gli indagati), dichiarò: «Questo piano l'ho sviluppato da sola. Quando sono venuta a Siena sono rimasta impressionata dalla bellezza di questo territorio e ho capito subito che lo sviluppo dell'aeroporto doveva essere assolutamente in sintonia con la qualità del paesaggio, anzi al suo servizio». Argomento che non ha convinto migliaia di senesi, che da tre anni si oppongono strenuamente all'ampliamento dello scalo.
 
 
 
Capitalismo all'italiana
Mussari, Monte Paschi e Abi indagato per l'aeroporto di Siena

IL FATTO QUOTIDIANO   -   7 agosto 2010   pag. 9

E' lui stesso a dare la notizia. Giuseppe Mussari, presidente del Monte de' Paschi di Siena (Mps) e dell'Associazione bancaria italiana (Abi), è indagato per "concorso morale in ordine ai reati di falso e turbativa d'asta, relativamente alla Procedura di privatizzazione dell'aeroporto di Siena". La vicenda è, appunto, quella del contestato aeroporto di Ampugnano (a Sociville, in provincia di Siena) che in tre anni ha visto manifestazioni di piazza, ricorsi al Tar, esposti (della Lega Nord toscana) e – lo scorso 30 luglio – la perquisizione della sede di Mps.
Nel settembre 2007 Mps rileva una quota dell'aeroporto di Siena da Adf, il gruppo che gestisce lo scalo di Firenze (e di cui Mps è azionista). In quello stesso anno si inizia a discutere del progetto di ampliamento dell'aeroporto di Ampugnano. L'idea era di trasformare un piccolo aeroporto che gestisce poco più di un migliaio di passeggeri in un colosso da mezzo milione di persone. Le associazioni ambientaliste e dei cittadini protestano: temono il cemento, danni alle falde acquifere e la distruzione del paesaggio che è l'unica attrazione che dovrebbe attirare i turisti per i quali viene ampliato lo scalo. La procura di Siena ora indaga sul comitato dei saggi che nel 2007 doveva valutare la scelta di un partner finanziario per l'operazione e sul consiglio di amministrazione dell'aeroporto. I saggi, guidati da un uomo della fondazione Mps (che controlla la banca), scelse il fondo Galaxy, un veicolo finanziario usato dalle casse depositi e prestiti di molti Paesi (anche l'Italia vi ha investito nel 2006). La procura ritiene che il vincitore fosse stato deciso già prima della valutazione, visto che Galaxy, il Comune e Mps avevano già discusso di ampliare lo scalo di Ampugnano. I pm sospettano poi che l'aumento dei compensi degli amministratori dell'Aeroporto di Siena, società a maggioranza pubblica in cui Galaxy entra con un forte potere decisionale, siano legati alla decisione di ampliare lo scalo.
Visto che la banca Mps è presente in tutte le fasi dell'operazione – nei rapporti preliminari con Galaxy e nell'azionariato – la sede di Rocca Salimbeni è stata perquisita a fine luglio. E da ieri si sa che Mussari, numero uno dell'istituto, è indagato. Al vertice delle banche italiane da un mese – sponsorizzato da Unicredit e da Mediobanca – Mussari dice di ritenersi "estraneo alle ipotesi di reato ipotizzate dalla procura di Siena".
 
 
 

Lombardia: cave, discariche, infrastrutture, politici ... e boss della ndrangheta

 
Cittadini contro l'amianto - Cremona
http://cittadinicontroamianto.blogspot.com
nodiscaricadiamianto@yahoo.it


COMUNICATO STAMPA   -   Cremona, 2 agosto 2010


LA DISCARICA NON S'HA DA FARE! Cappella Cantone (Cremona): la partita sulla discarica non è chiusa! Vergognoso e arrogante atteggiamento della giunta regionale e del sindaco Tadi. LE AMBIGUITA' INQUIETANTI DEI NUOVI PROPRIETARI DEL SITO DI RETORTO. LA MOBILITAZIONE A TUTTI I LIVELLI CONTINUERA'!

Vediamo in sintesi a che punto siamo e che cosa occorre continuare a fare.

1) La conferenza dei servizi per ottenere l'AIA (autorizzazione integrata ambientale), un altro dei passaggio autorizzativi per la discarica, si è svolta con modalità dai risvolti poco chiari in ordine a tempi e trasparenza. I sindaci contrari alla discarica chiedono un rinvio per poter esaminare le integrazioni tecniche presentate dalla ditta proponente (che a tal scopo aveva chiesto ed ottenuto un rinvio di 30 giorni lo scorso 17 giugno) poiché hanno avuto solo due giorni di tempo per esaminarle. Per inciso: tale riunione era presieduta da tal Roberto Cerretti, megafono docile della giunta Formigoni che già si era messo in mostra per la sua ignoranza (nel senso latino del termine) del problema in altre occasioni come, ad esempio, il seminario di Brescia sullo smaltimento dell'amianto.

2) La Regione rifiuta il rinvio e i sindaci abbandonano la riunione. La Regione continua l'incontro con la sola presenza, tra gli enti interessati, di Tadi, sindaco di Cappella Cantone (che prima o poi dovrà rendere conto ai cittadini del suo comportamento), e di Pinotti, assessore all'ambiente della provincia di Cremona, e redige un documento tecnico, in merito al quale si potranno presentare osservazioni entro 30 giorni, e non sospende, invece, la seduta come sarebbe stato logico se non ci fosse tanta insolita fretta, che si spiega solo con gli enormi interessi che stanno attorno alla realizzazione della discarica.

3) Dal rapporto Ecomafia redatto da Legambiente la provincia di Cremona si colloca al terzo posto dopo Pavia e Brescia per infrazioni accertate nella filiera dei rifiuti in Lombardia e la Lombardia è tra le primissime regioni per la presenza di soggetti che praticano una criminalità sistematica legata al traffico illecito di rifiuti e smaltimento irregolare. In questi mesi sono stati coinvolti funzionari pubblici e politici collusi che favoriscono per interessi economici le attività illecite e addetti al controllo che "chiudono un occhio" o avvisano per tempo i controllati.
Ricordiamo che Massimo Ponzoni, assessore all'ambiente (delega da cui dipendono le bonifiche delle aree inquinate) della giunta Formigoni nella scorsa legislatura, è stato raggiunto da un avviso di garanzia per bancarotta fraudolenta per il crac di una sua azienda, l'immobiliare Pellicano. Nell'immobiliare Ponzoni aveva come soci Buscemi, altro assessore della giunta Formigoni, Pozzi e Gariboldi (ex assessore provinciale a Pavia, moglie del deputato e vicecoordinatore nazionale del Pdl Giancarlo Abelli, ha patteggiato una pena di 2 anni per riciclaggio, dopo essere stata arrestata nell'ambito dell'inchiesta sullo scandalo delle bonifiche di Giuseppe Grossi. La Regione Lombardia aveva affidato a Grossi la bonifica del quartiere Santa Giulia, un'area di 1,2 milioni di metri quadrati, che ora è sotto sequestro per inquinamento delle falde acquifere). Nel luglio 2009 i tre escono. Nel gennaio 2010, il fallimento. Dalle casse della società scompaiono 200 mila euro. Accusato di averli fatti sparire, emettendo fatture false, è Ponzoni, aiutato dalla sua ex moglie, dal cognato Argentino Cocozza e dal commercialista Sergio Pennati. C'era una banca pronta (prima che arrivassero i magistrati) a salvare la Pellicano dal fallimento: il Credito bergamasco, Istituto che aveva nel consiglio d'amministrazione Giuseppe Grossi, il "re delle bonifiche".
Nell'ambito dell'inchiesta "Star Wars" nell'agosto 2008 viene arrestato Fortunato Stellittano del clan Iamonte-Moscato con l'accusa di traffico illegale di rifiuti speciali e tossici. L'uomo dei clan sversava e ricopriva veleni come piombo, cromo e idrocarburi pesanti in alcune cave della Brianza: a Seregno, a Briosco, a Desio. Ancora Desio, dove Stellittano aveva comprato un terreno, in via Molinara. A venderglielo il figlio di Domenico Cannarozzo, "capo dell'omonima famiglia legata al clan gelese di Salvatore Iaculano", dice un report dei carabinieri. Acquirente e venditore parlano tra loro, intercettati. Discutono anche dei loro "agganci politici". L'area di via Molinara viene infatti sequestrata dalla Polizia provinciale il 21 marzo 2008. Il giorno dopo, Cannarozzo esprime tutta la sua preoccupazione: "Hanno sequestrato il terreno e adesso vogliono fare la bonifica". Stellittano lo tranquillizza: "Adesso noi la bonifica, per quello che abbiamo buttato, da martedì iniziamo a farla". Come fa ad esser così sicuro? "Martedì vado a trovare Massimo e mi faccio fare lo svincolo, che è l'assessore all'ambiente, ed è a posto. Poi, se vogliono che bonifichiamo anche sotto, ancora meglio" …
Per questo è necessario tenere alta l'attenzione per evitare che a Cappella Cantone si realizzino intrecci criminali tra malaffare e politica.

4) Dopo tre anni di continui rinvii dovuti principalmente alla mobilitazione dei cittadini che, di fatto, "hanno costretto" le istituzioni interessate a fare ricorso al TAR, è mutata la proprietà del terreno dove dovrebbe sorgere la discarica. Dal 27 maggio 2010 la Locatelli Gabriele spa, già socio di minoranza della Cavenord, con sede sempre a Bergamo, ha acquisito il 100 per cento delle quote. Questa "novità" non è per niente rassicurante e non fa che alimentare il livello di allerta ed aggravare i risvolti poco chiari di tutta la vicenda.
La Locatelli è stata protagonista dell'annosa vicenda legata al piano cave di Bergamo e del conflitto di interessi dell'assessore regionale Marco Lionello Pagnoncelli. Quest'ultimo è stato procuratore speciale e direttore tecnico della SPI srl che era in società al 50% con il Gruppo Locatelli. Pagnoncelli è stato fino al 1999 socio della Locatelli anche in "Bergamo pulita" e fino al 2006 in Verdelido srl (SPI 50%, Pier Luca locatelli 25% e Claudina Leidi 25%), fino al 2000 è amministratore unico di Verdelido poi cede la carica al fratello.
Nel 2000 anche la Lega presenta un ordine del giorno in consiglio comunale a Bergamo per chiedere la revoca di Pagnoncelli, allora assessore comunale alla mobilità, sempre per presunti conflitti di interesse in alcuni appalti.
La giunta regionale licenzia il piano cave nel dicembre 2005. Pagnoncelli era allora assessore all'artigianato ma presiedeva il Tavolo Territoriale di Bergamo su delega di Formigoni.
Pagnoncelli diventa assessore all'ambiente il 7 luglio 2006 e in quella data la SPI srl è ancora in società con Locatelli in Verdelido srl sin dal 1975 e in SPILO dal 25 gennaio 2006. Di quest'ultima società la famiglia Pagnoncelli cederà le proprie quote solo il 4 ottobre 2007. A quel punto il piano cave è stato licenziato anche dalla commissione ambiente il 31 luglio 2007. Per oltre un anno l'assessore all'ambiente Pagnoncelli è stato assessore alla partita delle cave e contemporaneamente procuratore speciale dell'azienda di famiglia SPI in società con il gruppo Locatelli, società di escavazione e costruzione tra quelle maggiormente beneficiate.
Il Piano Cave approvato in commissione ambiente nel luglio 2007 assegnava al gruppo Locatelli, direttamente o tramite società partecipate, il diritto a scavare 5,8 milioni di metri cubi più 3,5 milioni di riserve su un totale di 57 milioni di metri cubi. Un metro cubo vale circa 10 euro e posizionarsi bene nel piano cave serve anche a poter concorrere per le future grandi opere lombarde.
Le pressanti denunce mosse dal consigliere dei Verdi Saponaro fecero scoppiare un tale scandalo che Formigoni stesso impose il ritorno del piano cave di Bergamo in commissione e fece un minirimpasto estivo a fine luglio 2008. Ponzoni diventò assessore all'ambiente al posto di Pagnoncelli e quest'ultimo fu nominato sottosegretario ai rapporti con enti locali e rappresentanze socio-economiche. Tutto questo però non impedì a Formigoni di candidare ancora Pagnoncelli alle regionali 2010. Attualmente Pagnoncelli è consigliere regionale con delega agli Enti Locali e consigliere di amministrazione della Sea, la società di gestione degli aeroporti milanesi.
Altri risvolti ancora più inquietanti sono legati al gruppo Locatelli.
Il Comune di Bellusco (MB) ha aperto un contenzioso nell'aprile 2004 con la Locatelli Gabriele spa dato che nel corso dell'esecuzione dell'intervento di un'opera pubblica l'area di cantiere era stata interessata da attività di interramento abusivo di rifiuti pericolosi. Il Comune sostiene che l'interramento abusivo dei rifiuti nell'area cantiere è avvenuto per negligenza della ditta Locatelli, non avendo questa ottemperato l'obbligo di custodia diurna e notturna del cantiere, previsto dal capitolato speciale di appalto. Inoltre per le attività delittuose poste in essere nel cantiere in questione è stato imputato un dipendente della ditta Lovati, subappaltatore di Locatelli.
La Locatelli, in associazione temporanea di impresa con Salini Locatelli, Cotea Costruzioni e Castelli Lavori, vince l'appalto per lavori sulla statale del passo dello Stelvio. Tra le ditte in subappalto figura la Perego General Contractor srl. A proposito di quest'opera vengono intercettate conversazioni intercorse nel febbraio 2009 tra due esponenti della ndrangheta (riportate dal quotidiano La Provincia di Sondrio il 15 luglio 2010) di cui uno risulta garante della Perego. La Perego General Contractor srl, tra le più importanti imprese lombarde del movimento terra, ora fallita, era finita nelle mani della ndrangheta. Questa impresa si è occupata oltre che della superstrada in Valtellina anche di City Life, del nuovo centro congressi Portello-Fiera Milano, dell'ampliamento della strada statale Paullese, del nuovo ospedale Sant'Anna di Como, della Pedemontana e della Bre Be Mi. Dagli ultimi accertamenti risulta che sotto il nuovo ospedale S. Anna di Como vi siano 2mila tonnellate di rifiuti tossici tra cui l'amianto. Il proprietario della Perego strade, Ivan Perego, insieme agli amministratori dell'azienda Salvatore Strangio e Andrea Pavone sono stati arrestati nel luglio 2010. L'accusa per Perego è di aver favorito l'ingresso nella sua società del boss calabrese Strangio.
Dal quotidiano La Provincia di Cremona del 14 luglio 2010: "Nell'ordinanza del gip Gennari, (che ha firmato gli arresti per l'operazione Tenacia), spunta la figura di Antonio Oliviero ex assessore provinciale milanese della giunta Penati, indagato per corruzione e bancarotta della Perego General Contractor... vera e propria cassaforte del boss Strangio. Nel provvedimento, poi, spuntano anche i nomi di Massimo Ponzoni (Pdl) rieletto consigliere regionale, Emilio Santomauro e Guido Nardini…. Il gip fa poi anche riferimento all'acquisizione di una cava (e delle relative autorizzazioni non ancora in possesso di Perego) nel Cremonese da utilizzare per la movimentazione terra necessaria in relazione ai lavori … per la Paullese".
La Locatelli prende in subappalto dalla Delieto, appaltatrice in nome e per conto di Italferr, lavori per l'alta velocità ferroviaria e a sua volta subappalta i lavori di sbancamento alla P&P controllata dal clan Paparo. La Locatelli, secondo la legge antimafia, non potrebbe fare un subappalto per più del 2 per cento dei lavori e invece lo fa. Per eludere i controlli delle Ferrovie dello Stato che pretendono il rispetto delle norme antimafia il geometra Nicola Scipione della Locatelli "farà figurare un semplice contratto di nolo a caldo che sarà retrodatato" (scrive il gip); da una conversazione telefonica intercettata tra Scipione e Romualdo Paparo "sui camion delle P&P – dice Scipione – sai che fai schiaffaci due targhette Locatelli" . E il gioco è fatto.
Analoghi sistemi erano stati realizzati in relazione ai lavori sull'autostrada A4. Da http://espresso.repubblica.it di Paolo Biondani e Mario Portanova pubblicato il 25 aprile 2009: "Il pm Mario Venditti aveva chiesto il carcere anche per il manager della Locatelli. Il gip Caterina Interlandi lo ha negato con questa illuminante motivazione: l'impresa lombarda falsifica le carte "non per favorire il clan, ma per tutelare sé stessa e continuare a lavorare in nero". Quanto al manager, ha "innegabilmente" aiutato i Paparo a "eludere le norme antimafia", ma questa "è solo una contravvenzione per cui l'attuale legge non consente l'arresto".
 
5) La giunta regionale, con i suoi dirigenti subordinati ad essa, ed il sindaco Tadi dovranno prima o poi rispondere del loro operato, contrario agli interessi dei cittadini dell'area interessata, e delle loro menzogne e manipolazioni.
La giunta regionale sta cercando di approvare una discarica in un sito inidoneo e nocivo incurante del fatto che tutti i progetti finora presentati in Lombardia per smaltire l'amianto sono ubicati in siti inidonei e nocivi.
Il vero problema è che non si è ancora iniziato a smaltire l'enorme quantitativo di rifiuti di amianto presente sul territorio lombardo. La soluzione non è autorizzare discariche a tutti i costi, ma iniziare a fare una programmazione seria senza lasciare l'iniziativa ai privati e prendendo in considerazione, non solo a parole, l'alternativa all'interramento del rifiuto in discarica, e cioè gli impianti di inertizzazione.
Per quanto riguarda Tadi pochi giorni fa ha dichiarato alla stampa che l'alternativa della vetrificazione non esiste o quanto meno è molto difficile. E' evidente che il sindaco di Cappella Cantone sostiene una menzogna perché è preso da altri interessi, non ha seguito i convegni e i seminari che si sono succeduti e che hanno dimostrato esattamente il contrario, così come abbiamo sostenuto noi e i residenti della zona. Tadi, lo ribadiamo, se ne deve andare.
 
6) Gli allagamenti che si sono verificati a giugno sull'area di Retorto, e che noi abbiamo documentato inviando anche numerose foto agli organi di stampa, dimostrano che l'area NON è idonea e che chi si ostina a voler realizzare lì la discarica si renderà complice di un "atto criminale" per disastro ambientale e di questo ne dovranno rispondere.
 
7) La Magistratura dovrà prima o poi esaminare il nostro esposto, presentato il 10 novembre 2009 per salvaguardare la salute e l'incolumità pubblica, che ha come fondamento il principio di precauzione e le norme costituzionali che impongono il pieno rispetto e la preservazione dell'ambiente, esso stesso valore costituzionale, ed impongono un'anticipazione della tutela, prima della lesione del bene protetto.
 
8) Non è affatto vero, come sostengono alcuni politici, che ormai la realizzazione della discarica è inevitabile. L'ultima parola sarà dei cittadini che a fine mese riprenderanno iniziative e mobilitazioni per impedire nei fatti che si compia un crimine contro la popolazione locale. Inoltre ricordiamo, sul piano istituzionale, che il TAR di Brescia si dovrà pronunciare in autunno e che lo stesso TAR di Brescia ha già dato ragione ai comitati di Brescia e per ben due volte al comune di Travagliato bloccando i progetti di discariche di amianto in questione.
 
 
 

10 agosto 2010, festa NO TAV in Val di Susa











G8 Genova 2001, scuola Diaz: la macelleria "scatenata dai capi della Polizia"


LA MACELLERIA "SCATENATA DAI CAPI DELLA POLIZIA"
Le motivazioni della sentenza della Corte d'Appello sull'irruzione alla scuola Diaz: a guidare le operazioni, ordinate dal n° 1 De Gennaro, furono Luperi e Gratteri

IL FATTO QUOTIDIANO   -   5 agosto 2010   pag. 12 e 13
 
È ORMAI STORIA della letteratura la litigata tra Salvo Montalbano e il suo vice Mimì Augello: il commissario, persa la fiducia nella Polizia per i fatti di Genova, per l'irruzione alla Diaz, pensa alle dimissioni. Adesso, nove anni dopo il G8 e sei anni dopo "il giro di boa" scritto da Andrea Camilleri, le motivazioni della sentenza della Corte d'Appello di Genova danno ragione all'invettiva di Montalbano contro i vertici della forza pubblica, compreso l'allora capo della Polizia Gianni De Gennaro, che "ordinò gli arresti" e il capo dell'Anticrimine Francesco Gratteri, condannato assieme ad altri quattro alti dirigenti perché avevano l'obbligo di impedire le violenze e non lo hanno fatto. Inchiodati, quindi, alle loro responsabilità proprio i vertici della Polizia –- ribaltata la sentenza di primo grado –, a partire dal capo Gianni De Gennaro, attualmente al comando dei servizi segreti.
Pubblichiamo i passaggi più importanti delle motivazioni della sentenza scritte dai giudici della Corte d'Appello di Genova.

DE GENNARO ORDINA: RISCATTIAMOCI

L'origine di tutta la vicenda è individuabile nell'esplicita richiesta da parte del capo della Polizia di riscattare l'immagine del corpo e di procedere a tal fine ad arresti, richiesta concretamente rafforzata dall'invio da Roma a Genova di alte personalità di sua fiducia ai vertici della Polizia che di fatto hanno scalzato i funzionari genovesi dalla gestione dell'ordine pubblico. Certo tale pressione psicologica non giustifica in nulla la commissione dei reati né l'eventuale malinteso spirito di corpo che ha caratterizzato anche successivamente la scarsa collaborazione con l'ufficio di Procura (riconosciuta anche dal Tribunale).

L'AGGRESSIONE (SIMULATA) ALL'AGENTE NUCERA

Uno dei fatti, più eclatanti nel verbale di arresto (...) è costituito dal vero e proprio tentato omicidio del quale il Nucera (agente di polizia, ndr) è stato vittima, e che è stato addotto come grave elemento di conferma dell'atteggiamento di violenta resistenza incontrato dagli operatori all'ingresso nella scuola. Ma a parte la elementare considerazione che se anche tale episodio si fosse effettivamente verificato, per la sua unicità e il confinamento in un ristrettissimo ambito soggettivo e spaziale non avrebbe comunque giustificato l'aggressione a tutti gli altri occupanti la scuola, la Corte rileva che, contrariamente a quanto sostenuto dal Tribunale, l'episodio costituisce una delle più gravi e – si perdoni l'iperbole – sfrontate messe in scena di questo processo.
Il Tribunale ha già riportato per esteso le diverse versioni del fatto fornite dal Nucera e dal collega Panzieri che avrebbe assistito all'episodio. (...) A seguito di perizia disposta dal P.M., la quale verificava che i due tagli sulla giubba non potevano essere conseguenza di un solo colpo, ma almeno di due, il Nucera, nell'interrogatorio del 07/10/2002 mutava versione dei fatti. (...) Oltre all'intrinseca inattendibilità di ciascuna di dette versioni, non può non rimarcarsi l'evidente diversità ed incompatibilità reciproca fra le stesse, nonché la direzione assunta dal notevole mutamento di strategia difensiva, coerente con le risultanze della perizia di parte del P.M. che aveva escluso la compatibilità delle lacerazioni sugli abiti con la dinamica dei fatti riferita dal Nucera nella annotazione di servizio. È evidente che nella prima versione dei fatti il Nucera ha riferito di essere stato attinto da un solo colpo, mentre nella seconda ne ha riferiti due, e trattasi di differenza sostanziale, non giustificata dal Nucera, e spiegabile solo con l'esito della perizia alla quale egli intendeva allineare le proprie dichiarazioni.

LE RESPONSABILITÀ DEI DUE SUPERPOLIZIOTTI

Risulta così ampiamente dimostrata la partecipazione diretta e attiva di Gratteri anche nella fase della redazione degli atti e, soprattutto, nel controllo del loro contenuto (...), con il suggerimento del contenuto e il successivo controllo per verificarne la congruità con gli altri atti. La richiesta di certificati medici attestanti le lesioni subite dai poliziotti per suffragare il giudizio sulla "proporzione fra forza usata e violenta resistenza incontrata" è ulteriormente sintomatico del concorso di Gratteri nella formazione dei verbali.(...). In definitiva può affermarsi con elevato grado di sicurezza che la linea di comando dell'operazione è da individuarsi in Luperi, figura di riferimento per gli appartenenti alla Digos e in Gratteri figura di riferimento per gli appartenenti alle squadre mobili; la circostanza è del resto affermata anche dalla sentenza impugnata. Quanto alla consapevolezza delle falsità contenute nei verbali (...) si deve ricordare: Luperi e Gratteri arrivarono fra i primi sui luoghi, quando erano in corso i pestaggi di Covell e di Frieri, e comunque il corpo di Covell sarebbe rimasto ben visibile accasciato vicino al cancello di ingresso; lo stesso Luperi ha ammesso di aver visto Frieri bloccato a terra da poliziotti, ma senza saperne il motivo. Risulta, pertanto, poco credibile che i due non si siano avveduti delle violenze che già erano iniziate ben prima dell'arrivo al cortile della Diaz; Luperi e Gratteri entrarono alla Diaz pochi minuti dopo lo sfondamento del portone, secondo le ricostruzioni dello svolgimento dei fatti (...). In particolare il momento di ingresso sia di Gratteri, sia di Luperi è collocabile intorno alle 00,03.30 della domenica 22 luglio, ossia in un momento in cui non è dato seriamente dubitare che la parte "messa in sicurezza" dell'operazione di polizia fosse ancora in pieno svolgimento. (...) È quindi impossibile che essi non abbiano percepito cosa fosse realmente accaduto essendo due dei massimi esponenti della Polizia di Stato, e soprattutto che nessuno li abbia informati. A tale proposito non bisogna dimenticare che almeno l'imputato Fournier ha manifestato di essere ben consapevole della "macelleria messicana" e di averne fatto espresso riferimento a Canterini, per cui non è credibile che i due massimi dirigenti non siano stati informati. Ma l'evidenza oggettiva dei fatti, anche ammesso che i due fossero giunti all'interno della scuola dopo la cessazione delle violenze, era tale da ingenerare in chiunque la certezza che vi fosse stato un gravissimo ed ingiustificato abuso della forza: l'elevato numero dei feriti anche gravi, le urla strazianti che in ogni caso si sentivano chiaramente all'esterno fin dall'inizio dell'operazione, le condizioni della scuola all'interno caratterizzate da sangue fresco su muri e sui caloriferi e per terra, porte divelte, arredi fracassati, vetri infranti davano vita ad una scena di violenza talmente evidente e generalizzata da non poter essere seriamente misconosciuta.

LE BOTTIGLIE MOLOTOV: PORTATE DAGLI AGENTI

Alla concreta possibilità di rendersi pienamente conto di quanto era successo all'interno della scuola si ricollega la vicenda delle bottiglie molotov, come sopra già ricostruita, che nell'evidenziare la consapevole partecipazione dei due imputati alla predisposizione della falsa accusa di detenzione delle stesse da parte di tutti gli arrestati, fornisce la conferma più esauriente del ruolo attivo svolto da Luperi e Gratteri.
Costoro, preso atto del fallimentare esito della perquisizione, si sono attivamente adoperati per nascondere la vergognosa condotta dei poliziotti violenti concorrendo a predisporre una serie di false rappresentazioni della realtà a costo di arrestare e accusare ingiustamente i presenti nella scuola. (...) Viene riferito il ritrovamento di bottiglie incendiarie tipo "molotov" al "primo piano dell'edificio in luogo visibile ed accessibile a tutti gli occupanti"; nel verbale di perquisizione e sequestro le bottiglie sono localizzate "nella sala di ingresso ubicata al pian terreno".
(...) È emerso nel corso del dibattimento, allorché sorse la necessità di visionare tali reperti, che gli stessi sono scomparsi; secondo la Questura di Genova perché accidentalmente distrutti per errore dell'artificiere incaricato della distruzione di altri reperti, ma secondo le successive indagini svolte dalla Procura, la cui acquisizione al processo non è stata ammessa dal Tribunale, perché intenzionalmente asportate da ignoti funzionari mediante pressioni sul predetto artificiere. (...) È ammesso dalle difese di tutti gli imputati che in realtà tali ordigni non erano presenti quella sera nella scuola Pertini, ma lì sono stati trasportati dall'esterno (...). Queste circostanze sono documentalmente riscontrate dalle riprese filmate che mostrano la scena nella quale l'intero gruppo di funzionari responsabili dei reparti impegnati alla perquisizione e i due superiori gerarchici apicali Luperi e Gratteri sono attorno alle bottiglie Molotov appena consegnate.
(...) Il Dott. Luperi, dopo aver negato qualsiasi contatto con le molotov, messo di fronte all'evidenza del filmato ha ammesso di aver ricevuto il sacchetto (contenente le molotov, ndr) da Caldarozzi e sostiene che prima Mortola lo avrebbe informato del ritrovamento; ha ammesso che il gruppo di funzionari in quell'occasione discusse delle bottiglie; poi riferisce di aver compiuto una telefonata tenendo in mano il sacchetto, e all'esito, essendosi disciolto il gruppo di funzionari ed essendosi ritrovato solo, avrebbe affidato il sacchetto con le molotov alla Dott.ssa Mengoni della Digos di Firenze, primo ufficiale di PG che riconobbe sul posto; conferma di aver rivisto le bottiglie molotov (ma ancora nel sacchetto) sullo striscione steso nella scuola sul quale erano stati sistemati tutti i reperti in sequestro.

NESSUN MOTIVO PER GLI ARRESTI

Palese mancanza dei presupposti per operare un arresto in flagranza di tutti gli occupanti dell'istituto, non essendo, fra l'altro, soggettivamente riferibili i reati ipotizzati di resistenza aggravata, lesioni a pubblico ufficiale, tentato omicidio e associazione per delinquere finalizzata alla devastazione e al saccheggio.
(...) Secondo la Corte, non è possibile descrivere i fatti in esame come la somma di singoli episodi delittuosi occasionalmente compiuti dagli operatori indipendentemente l'uno dall'altro in preda allo sfogo di bassi istinti incontrollati; al contrario, trattasi di condotta concorsuale dai singoli agenti tenuta nella consapevolezza che altrettanto avrebbero fatto e stavano facendo i colleghi, coerente con le motivazioni ricevute dai superiori gerarchici e con l'esplicito incarico di usare la forza per compiere lo sfondamento e l'irruzione finalizzati all'arresto di pericolosi soggetti violenti, senza alcuna preventiva o successiva forma di controllo sull'uso di tale forza. La responsabilità di tale condotta e, quindi, delle lesioni inferte, è pertanto ravvisabile in capo ai dirigenti che organizzarono l'operazione e che la condussero sul campo con le modalità e le finalità sopra descritte; trattasi di responsabilità commissiva diretta per condotta concorsuale con quella degli autori materiali delle lesioni, perché scatenare una così rilevante massa di uomini armati incaricandola di sfondare gli accessi e fare irruzione nella scuola con la motivazione che all'interno soggiornavano i pericolosi Black Bloc che i giorni precedenti avevano messo a ferro e fuoco la città di Genova e si erano fatti beffe della Polizia, senza fornire un chiaro e specifico incarico sulla cosiddetta "messa in sicurezza" o alcun limite finalizzato a distinguere le posizioni soggettive, significa avere la certa consapevolezza che tale massa di agenti, come un sol uomo, avrebbe quanto meno aggredito fisicamente e indistintamente le persone che si trovavano all'interno, come in effetti è accaduto senza alcun segnale di sorpresa o rammarico manifestato da alcuno dei presenti di fronte all'evidenza del massacro.



"E il ruolo di Fini? Mancano troppe risposte"
L'ex sindaco Pericu: si salva la politica
di Giampiero Calapà

IL FATTO QUOTIDIANO   -   5 agosto 2010   pag. 13

GIUSEPPE PERICU è il sindaco di Genova nel 2001 (eletto nel 1997, riconfermato nel 2002, ha guidato la città per dieci anni). Ha sempre chiesto l'istituzione di una commissione d'inchiesta parlamentare "per chiarire alcuni aspetti di responsabilità politica sui quali è rimasta una fitta coltre di mistero, come sulla presenza di Gianfranco Fini, vicepresidente del Consiglio, nella sala operativa della Questura di Genova". Il governo in carica era il Berlusconi II, ministro degli Interni Claudio Scajola, le cui ammissioni di aver ordinato di sparare contro chi avesse "violato" la zona rossa provocarono sconcerto e scalpore. "Una gestione che evidenziò gravissime carenze – afferma Pericu, diessino nel 2001 e ora nel Pd – pari a quelle del governo precedente, di centrosinistra e presieduto da Giuliano Amato, che preparò l'evento. Questo va detto con chiarezza, perché mi apparve evidente fin da subito che, mentre si accumulavano tensioni, nell'anno che precedette il G8 fu fatto ben poco per evitare la tragedia, che puntualmente si presentò". Adesso, però, si può leggere quanto scritto dalla Corte d'Appello di Genova: le motivazioni di sentenze che accusano i vertici della Polizia, dirigenti importantissimi la cui carriera, dopo il G8, non si è certo fermata. Tanto che il capo della Polizia nel 2001, Gianni De Gennaro, oggi guida i servizi segreti: condannato a un anno e quattro mesi per aver istigato alla falsa testimonianza, nel processo, l'ex questore di Genova Francesco Colucci. Poi, le 25 condanne per la mattanza della Diaz, con la sentenza d'appello che ribalta il primo grado: 4 anni a Francesco Gratteri e altri 4 a Giovanni Luperi, i due poliziotti più importanti presenti quella notte tra il 21 e il 22 luglio 2001 alla scuola Diaz.
Eppure l'ex sindaco Pericu è tutt'altro che soddisfatto anche di questi esiti: "Un magistrato ha una capacità di indagine assai limitata, perché deve mettere in relazione i fatti ai comportamenti delle singole persone. Una valutazione politica di quei giorni richiederebbe di accertare anche le responsabilità politiche. Noi genovesi abbiamo sempre chiesto una seria inchiesta parlamentare proprio per questo motivo. Ma questa indagine la politica non la ha mai voluta, nonostante le carenze enormi da parte governativa che già all'epoca apparvero evidenti".
Per Pericu, i misteri ormai rimarrano tali: "È passato troppo tempo: non solo Diaz, dico Piazza Alimonda con l'uccisione di Carlo Giuliani, Bolzaneto e circostanze singolari come la presenza dell'allora vicepremier Fini nella sala operativa della Questura". Genova, luglio 2001, "le responsabilità politiche non saranno mai accertate", sospira l'ex sindaco.
 
 
Per saperne di più
 
All'indirizzo  http://download.repubblica.it/pdf/2010/sentenza_diaz.pdf  il testo delle motivazioni della sentenza della Corte d'Appello di Genova.