Emergenza umanitaria in Abruzzo: 6.000 persone ancora nelle tendopoli


OTTOBRE 2009: ALL'AQUILA E' EMERGENZA UMANITARIA

Facciamo appello a tutti coloro che in Italia hanno dimostrato sensibilità a quanto qui è successo e continua ad accadere.
A chi ha mantenuta alta l'attenzione sul dramma che ha colpito il nostro territorio e sulla gestione del post sisma.
Oggi, il 18 di ottobre, all'Aquila fa freddo. Siamo nella fase più drammatica, la notte già si sfiorano i -5°C ed andiamo incontro all'inverno, un inverno che sappiamo essere spietato.
Le soluzioni abitative, promesse per l'inizio dell'autunno, non ci sono. Circa 6000 persone sono ancora nelle tende. Meno di 2000 persone sono finora entrate negli alloggi del piano C.A.S.E o nei M.A.P.
La maggior parte degli aquilani sono sfollati altrove in attesa da mesi di rientrare. Ora, con lo smantellamento delle tendopoli altre migliaia di persone sono state allontanate dalla città e mandate spesso in posti lontani e difficilmente raggiungibili.
Noi, definiti "irriducibili", siamo in realtà persone che (come tutti gli altri) lavorano in città, i nostri figli frequentano le scuole all'Aquila, molti non sono muniti di un mezzo di trasporto, altri possiedono terreni od animali a cui provvedere. Siamo persone che qui vogliono restare anche per partecipare alla ricostruzione della nostra città.
Da oltre sei mesi viviamo in tenda, sopportando grandi sacrifici, ma con questo freddo rischiamo di non poter più sopravvivere.
Se non accettiamo le destinazioni a cui siamo stati condannati (che sempre più spesso sono lontanissime) minacciano di toglierci acqua, luce, servizi.
Oggi, più di ieri, abbiamo bisogno della vostra solidarietà.
Gli enti locali e la Protezione Civile ci hanno abbandonati. Secondo le ultime notizie che ci giungono i moduli abitativi removibili che stiamo richiedendo a gran voce da maggio, forse (ma forse) arriveranno tra 45 giorni.
Oggi invece abbiamo bisogno di roulotte, camper o container abitabili e stufe per poter assicurare una minima sopravvivenza. Visto che le nostre richieste alla Protezione Civile e al Comune non sono prese in minima considerazione chiediamo a tutti i cittadini italiani un ulteriore sforzo di solidarietà.
E abbiamo anche bisogno di non sentirci soli.
Per questo vi chiediamo di organizzare dei presidi nelle piazze delle città italiane per SABATO 24 OTTOBRE portando nel cuore delle vostre città delle tende per esprimere concretamente solidarietà a noi 6000 persone che viviamo ancora nelle tende ad oltre sei mesi dal sisma.
Un altra emergenza è cominciata oggi. Non dettata da catastrofi naturali ma dalla stessa gestione del post sisma, da chi questa gestione l'ha portata avanti sulla testa e sulla pelle delle popolazioni colpite.

Alcuni abitanti delle tendopoli sotto zero


Per donazioni e contatti:

emergenzaottobre2009@gmail.com

3391932618

3470343505

Eletto dal popolo, chi ?

 
Eletto dal popolo, chi ?
di Bruno Tinti
 
IL FATTO QUOTIDIANO   -   20 ottobre 2009   pag. 18
 
Il Mattino dell'11 ottobre riporta alcune dichiarazioni di Berlusconi, esternate a Benevento nel corso di una delle sue "Feste della libertà". Qui il presidente del Consiglio ha detto: "Non credo che si possa consentire di rivolgere infamie, improperi, insulti e volgarità ad un premier eletto direttamente dal popolo, bisogna cambiare questa situazione».
Questa storia del premier eletto direttamente dal popolo Berlusconi e i suoi clientes la ripetono ossessivamente ovunque si trovino ad esternare; e dunque in molti luoghi (specie in TV) e molte volte. Così, come oramai avviene in Italia da molto tempo, i cittadini si sono convinti che sia vera, che il "premier" è "eletto dal popolo". Trattasi di una palla.
Cominciamo dalla legge elettorale, la n. 27 del 21/12/2005, (se la sono scritta loro, dovrebbero conoscerla) che, all'art. 5, dice: "…I partiti o i gruppi politici organizzati tra loro collegati in coalizione che si candidano a governare depositano un unico programma elettorale nel quale dichiarano il nome e cognome della persona da loro indicata come unico capo della coalizione."
Sicché non è il presidente del Consiglio dei Ministri che è eletto direttamente dal popolo ma, a tutto concedere, il Capo della coalizione o del partito. Ma anche quest'affermazione è tutta da rivedere, considerato che ben potrebbe accadere che l'elettore voti un partito o una coalizione solo perché si riconosce nel loro programma; o perché comunque esprime un voto "contro" (è la strategia ben collaudata di Berlusconi): "non voglio assolutamente che i "comunisti" vadano al potere e quindi voto per la destra, anche se, a ben vedere non mi piacciono poi tanto neppure loro …". Insomma nessuno può escludere che gli elettori della coalizione Forza Italia, An e Lega l'abbiano votata a dispetto del plurinquisito Berlusconi (per non ricordare che uno dei suoi lati, diciamo così, problematici), turandosi il naso pur di attuare il programma in cui credevano. Per esempio il federalismo per la Lega o una destra legalitaria e conservatrice per An.
Capo della coalizione, dunque, e non "premier". Carica, quest'ultima, che neppure esiste nel nostro ordinamento costituzionale che prevede solo un presidente del Consiglio dei Ministri. E infatti, secondo l'art. 95 della Costituzione, "il Presidente del Consiglio dirige la politica generale del Governo e ne è responsabile. Mantiene l'unità di indirizzo politico ed amministrativo, promovendo e coordinando l'attività dei ministri". Insomma una gestione collegiale coordinata, non monocratica ed autoritaria. Sicché, quando Berlusconi si investe della qualifica di premier, si arroga poteri che la Costituzione non gli riconosce e si inventa una carica istituzionale che non esiste.
Ma torniamo all'elezione diretta del popolo. Si è già visto che anche questa è una fantasia. Ma è anche una fantasia incostituzionale. Dice l'art. 92 della Costituzione: "Il governo della Repubblica è composto del presidente del Consiglio e dei ministri, che costituiscono insieme il Consiglio dei ministri. Il presidente della Repubblica nomina il Presidente del Consiglio dei ministri e, su proposta di questo, i ministri."
Dunque è il presidente della Repubblica che ha nominato Berlusconi, non il popolo. E nulla gli avrebbe impedito, se avesse ritenuto che il "Capo della coalizione" indicato dalla maggioranza non presentava quei requisiti di onestà, correttezza, serietà, competenza indispensabili per la carica di presidente del Consiglio dei Ministri, di nominare altro esponente della maggioranza, nel tentativo di ricondurre a ragione la coalizione affinché non fosse portata a tale carica una persona indegna.
E se il tentativo non fosse riuscito e gli fosse stata riproposta la stessa indegna persona, non sarebbe stato il popolo a riproporla ma la fazione da questa persona egemonizzata. Il punto è che Berlusconi non capisce proprio che il sistema costituzionale italiano si fonda sull'equilibrio di poteri. Che non vi è una legittimazione popolare, a seguito della quale l'eletto dal popolo può esercitare un potere assoluto privo di ogni controllo; che, al contrario, il popolo esprime la maggioranza politica che governerà e l'opposizione che ne controllerà l'operato; che il presidente della Repubblica identifica la persona che, autorevolmente (e quindi degnamente) dirigerà il Consiglio dei ministri; che ognuno di questi conserva la sua specifica competenza e responsabilità; che l'azione di governo si esplica secondo le leggi emanate dal Parlamento e sotto il controllo della Corte Costituzionale.
Tutto questo, ai miei tempi, lo sapevano gli studenti delle medie che avevano nel loro programma "Educazione civica"; oggi comunque lo sa qualsiasi studente del primo anno di giurisprudenza. E quello che alla fine è davvero preoccupante non è che Berlusconi invece ne sia del tutto inconsapevole. E' che egli sembra davvero credere che l'investitura popolare (se ci fosse) renderebbe lecito che il governo di un grande Paese possa essere legittimamente affidato a persona più volte sottoposta a processo penale per falso in bilancio, frode fiscale, corruzione di giudici e testimoni, ritenuto colpevole ma non condannato per prescrizione (e per via di leggi fatte apposta da lui stesso per raggiungere questo risultato).
Quello che è davvero preoccupante è che egli sembra credere che l'investitura popolare autorizzi ogni delitto; il che in effetti è avvenuto, anche recentemente, nelle sanguinose dittature europee del secolo scorso; e che credevamo non sarebbe avvenuto mai più.
 
 

Oltre duemila persone in corteo contro l'inceneritore di Albano (Roma)

 
In oltre duemila contro l'inceneritore
Da Albano a Genzano 5 chilometri di marcia con famiglie e bimbi al seguito. Nel mirino dei manifestanti soprattutto il presidente della Regione Marrazzo e l'amministrazione della città dell'Infiorata.
di Enrico VALENTINI
 
Tratto dal sito  www.noinceneritorealbano.it
 
IL MESSAGGERO  -  18 ottobre 2009
 
Oltre duemila persone, ieri mattina, hanno partecipato alla marcia di cinque chilometri, da Albano a Genzano, organizzata dal coordinamento dei comitati No inc per ribadire il no alla realizzazione dell'inceneritore dei rifiuti nella discarica di Albano.
L'atteso ridimensionamento del numero dei partecipanti, dimezzato a non più di mille dalla Questura, non cancella comunque l'impressionante colpo d'occhio delle tante famiglie castellane in marcia, rigorosamente con bimbi al seguito portati dietro, per mano, in spalla, su decine di passeggini e carrozzine.
Numerosi, questa volta, giovani e giovanissimi che hanno contributo ad amplificare la rumorosa contestazione indirizzata soprattutto al presidente della giunta regionale Piero Marrazzo e sulle amministrazioni comunali del comprensorio, prima fra tutte quella di Genzano.
Il via libera alla definitiva realizzazione dell'inceneritore di via Roncigliano, giunto il 13 agosto con l'imprimatur degli uffici della Pisana che rilasciavano l'autorizzazione integrata ambientale, sembra aver coalizzato, dunque, un numero maggiore di cittadini, estremamente preoccupati per il futuro prossimo.
Non solo per i fantasmi che aleggiano sulla gestione del corretto smaltimento dei rifiuti da bruciare nell'inceneritore - la recente vicenda dell'impianto di Colleferro, ai Castelli ha fomentato il vero e proprio terrore anche su molti possibilisti della vigilia - ma soprattutto per i riflessi immediati che già vedono anche a qualche chilometro di distanza dall'inceneritore il crollo del valore degli immobili di piccoli proprietari. Che, oltre a ritrovarsi decine e decine di rate di mutuo ancora da pagare, convive da anni con i nefasti effetti della discarica: allergie, problemi respiratori e, quando il vento non spazza l'aria, odori nauseabondi.
Pochissimi, e tutti a titolo personale, i politici locali presenti alla manifestazione.
D'altronde la contestazione non ha risparmiato praticamente nessuno di loro, da sinistra a destra.
«Il disprezzo dimostrato nei confronti delle istanze della cittadinanza - spiega il presidente di un comitato No Inc, Danilo Ballanti - sta aumentando in modo esponenziale il malcontento nei confronti della giunta Marrazzo. Invece di guardare al futuro con scelte che prediligano la raccolta differenziata e altre soluzioni già attuate in molti paesi europei si è preferito dare il colpo di grazia a un territorio già ampiamente sfregiato dalla speculazione edilizia».
In attesa della prossima discussione - agli inizi di novembre - dei primi due ricorsi presentati dal coordinamento No Inc sulle decisioni che hanno portato all'imminente realizzazione dell'inceneritore, i comitati promettono altre battaglie.
«Troppo comodo, facile e remunerativo - dice Emiliano Viti del coordinamento No Inc - fare impianti impattanti anziché impegnare intelligenze e risorse con una serie politica di riciclo dei rifiuti. Siamo decisi a portare fino in fondo le nostre proteste e le nostre proposte».
Seguita dalla discreta presenza e massiccia presenza di poliziotti e carabinieri, la manifestazione non ha comportato problemi di ordine pubblico, terminando poco dopo le 13 sulla piazza principale di Genzano.
 
 
Si ringrazia il sito http://sotto-terra-il-treno.blogspot.com/ per la segnalazione.
 
 

Mangano e manganello

 
MANGANO E MANGANELLO
di Marco Travaglio 
 
IL FATTO QUOTIDIANO   -   18 ottobre 2009   pag. 1
 
"Ma quanto rumore e quanta indignazione per così poco", scrive sul fu Giornale Mario Cervi, che si proclama erede universale di Montanelli, forse immemore di quel che scriveva già nel '94 il grande Indro sulla Voce a cui collaborava anche lui: "Oggi, per instaurare un regime, non c'è più bisogno di una marcia su Roma né di un incendio del Reichstag, né di un golpe sul palazzo d'Inverno. Basta la sovrana e irresistibile televisione".
Da due giorni, grazie al servilismo di Claudio Brachino e dei suoi telekiller, abbiamo un'altra prova su strada del regime dei telemanganelli: il pedinamento del giudice dai calzini turchesi.
Nulla di nuovo sotto il sole. Raimondo Mesiano è stato, finora, persino fortunato. In questi 15 anni c'è chi, essendosi messo di traverso sulla strada del Cavalier Padrone facendo soltanto il proprio dovere, se l'è vista anche peggio.
Nel 1993 un giovane di Ravenna, Gianfranco Mascia, lancia i comitati BoBi (Boicotta Biscione). Il primo avvertimento anonimo gli arriva sul telefonino: "Smettila di rompere i coglioni. Sei una testa di cane.   Bastardo. Vi spacchiamo il culo. Gruppo Silvio Forever". Il 24 febbraio 1994, a un mese dalle elezioni, Mascia viene aggredito da due uomini a volto scoperto che lo immobilizzano con il filo di ferro, gli otturano la bocca con un tampone e lo violentano con una scopa. Il portavoce bolognese del Bo.Bi, Filippo Boriani, consigliere comunale dei Verdi, riceve per posta una busta con una lingua di vitello mozzata e un biglietto: "La prossima sarà la tua".
Edoardo Pizzotti, direttore Affari legali di Publitalia, viene licenziato su due piedi nell'autunno '94, dopo il rifiuto di coprire le attività illegali per inquinare le prove delle false fatture di Dell'Utri & C. Subito riceve telefonate minatorie e mute a casa sua, che - tabulati alla mano - provengono da Publitalia. L'anno seguente viene chiamato a testimoniare contro Dell'Utri al processo di Torino: subito dopo due figuri dal forte accento campano lo avvicinano nel centro di Milano e lo salutano così: "Guarda che ti facciamo scoppiare la testa".
Nel luglio 1995 Stefania Ariosto inizia a raccontare a Ilda Boccassini quel che sa sui giudici comprati da Previti con soldi di Berlusconi. La notizia rimane segreta per sette mesi, ma non per tutti. Alla vigilia di Natale un pony express recapita all'Ariosto un pacco dono:una scatola in cui galleggia nel sangue un coniglio scuoiato e sgozzato, con un biglietto d'auguri: "Buon Natale".
Sei mesi dopo, a Camaiore, un incendio doloso polverizza la villa di Chiara Beria di Argentine, vicedirettrice dell'Espresso, che all'Ariosto e alla Boccassini ha dedicato numerosi servizi. Il leghista Borghezio parla di "attentato di stampo mafioso" e invita il governo a verificare se esso "sia da ricollegarsi con la recente inchiesta sui loschi affari legati a un pool di magistrati e avvocati romani in concorso con noti esponenti politici e imprenditoriali". La Lega conosce bene quei metodi: per cinque anni, dal '94 al '99, Bossi & C. vengono linciati a reti unificate dopo avere rovesciato il primo governo Berlusconi. Poi tocca ai pool di Milano e di Palermo. E ai giornalisti sgraditi: Montanelli, Biagi, Santoro e, ultimamente, Mentana, Boffo e Mauro. Anche Fini e Veronica Lario assaggiano i manganelli catodici, mentre la testimone dello scandalo Puttanopoli, Patrizia D'Addario, riceve strane visite in casa e alla sua ex amica Barbara Montereale esplode l'automobile.
Tutte coincidenze, si capisce.
 
 

Ma il Ponte è un "imbroglio": nè progetto nè soldi

 
Ma il Ponte è un "imbroglio": nè progetto nè soldi
Messinesi spaventati dalle ultime piogge Claudio Villari: infrastruttura inutile oggi e per il futuro
di Silvia D'Onghia
 
IL FATTO QUOTIDIANO   -   17 ottobre 2009   pag. 11
 
E'BASTATA una nuova ondata di maltempo per riportare la paura nelle zone del messinese distrutte dall'alluvione del primo ottobre. La pioggia che si è abbattuta l'altra notte sulla Sicilia, ed in particolare su Palermo e sulla costa di Messina, ha creato non pochi problemi alla popolazione. Tra Taormina e Santa Teresa di Riva alcuni torrenti sono straripati e si sono registrate frane e allagamenti. Alcune auto sono rimaste intrappolate nel fango e sull'autostrada Messina-Catania, nel tratto della galleria Giardini, a causa di uno smottamento, si circolava solo sulla corsia di sorpasso.
"Ma se non riusciamo a uscire dalla città perchè la situazione delle infrastrutture è già disastrosa, che ce ne facciamo di un Ponte che ci colleghi al continente?". Non ha dubbi, nel bocciare la grande opera, Claudio Villari, ingegnere strutturista di Messina, ex docente della Facoltà di Architettura all'Università di Reggio Calabria, grande esperto di terremoti. "Perfettamente inutile, sia in un'immediata visione della realtà, sia in una prospettiva futura. Noi non abbiamo problemi a raggiungere l'altra sponda, ma abbiamo moltissimi problemi a raggiungere l'altra parte dell'isola. L'attuale sistema ferroviario e viario è fragilissimo".
Sicilia e Calabria, secondo Villari, sono due terre che scontano decenni di abbandono, ma che hanno anche gravissimi problemi idrogeologici. "Si parla di territori che subiscono profonde modificazioni perchè di recente formazione", spiega.
E il cuore della questione è proprio questo: "Non esiste un progetto definitivo per il Ponte sullo Stretto -prosegue Villari- nè esiste uno studio ufficiale di fattibilità. Un'opera di queste dimensioni e che richiede un tale impegno finanziario non può essere fatta se non si è assolutamente certi che non si siano situazioni di instabilità dovuta ai movimenti tellurici, al terreno e, in generale, al contesto idrogeologico. Come si fa a dire che si farà in piena sicurezza quando non esiste una progettazione definitiva, che abbia   avuto un esame di fattibilità e di buona esecuzione formale? Tutto ciò finora non esiste, c'è solo un progetto di massima e una dichiarazione informale di fattibilità".
C'è poi un discorso economico da fare, perchè, secondo l'ingegnere, non c'è la copertura finanziaria per un simile progetto, che deve comprendere anche tutte le opere connesse (come le infrastrutture). "Il primo finanziamento è di 2.100 miliardi di euro (sui 6.500 ritenuti necessari per il completamento dei lavori), effettuato dal Cipe con il denaro pubblico, mentre il resto viene subordinato ad un inesistente interesse privato".
Eppure pochi giorni fa il ministro delle Infrastrutture Altero Matteoli ha annunciato in pompa magna che i cantieri partiranno a dicembre e dureranno 6 anni. Se volessimo   fare l'avvocato del diavolo, si potrebbe dire: finalmente, dopo 40 anni, una data certa. "Ma quali cantieri? Hanno annunciato soltanto una modifica dell'asse ferroviario della stazione di Villa San Giovanni: faranno quella, poi si fermeranno perchè avranno finito i soldi. E a quel punto si metteranno nelle condizioni di farsi ricattare dall'impresa aggiudicataria dell'appalto. Tutto ciò è contrario ai princìpi fondamentali di chi appalta un'opera: non ci sono soldi e non c'è progetto. Eppure sono 40 anni che vengono elargiti fondi alle varie società che si sono susseguite. C'è tutta l'aria dell'imbroglio, o di una sottovalutazione ignobile delle urgenze e delle priorità che drammaticamente si impongono".
Non tutti i siciliani la pensano come il professor Villari, però. "I cittadini non hanno la possibilità di farsi un'idea precisa di questa grande opera - risponde lui - la società ha costruito un bellissimo modellino di ponte (visibile al pubblico), con tanto di aria calma e mare cristallino; hanno raccontato che servirà anche ad incrementare il turismo. La gente si illude che l'opera possa realizzarsi subito e che tutto sia semplice e scontato. Ma si tratta di sensazioni sbagliate, fondate su un errore di fondo".  
Dunque una condanna senza appello: "Inutile, lo ripeto. Nessuno mi convincerà mai dell'utilità di un'opera simile, neanche se vi fossero un progetto definitivo e uno studio di fattibilità che tenga conto del dissesto del territorio. Abbiamo bisogno di strade, non di ponti".
 
 

Grandi opere, l'arretratezza del sistema Italia

 
GRANDI OPERE
L'ARRETRATEZZA DEL SISTEMA ITALIA
Nel primo semestre del 2009 il numero dei bandi pubblicati e l'importo totale posto in gara subisce una nuova contrazione del 3,3%. Lo dicono i costruttori.
di Daniele Martini
 
IL FATTO QUOTIDIANO   -   17 ottobre 2009   pag. 10
 
IL GOVERNO DEL FARE NON FA. Non è un'opinione, lo dicono i dati sulle costruzioni. Cifre fornite non da qualche sedizioso centro studi dell'opposizione, ma dall'autorevole e da sempre filogovernativa Ance (Associazione nazionale costruttori edili). In un rapporto dal titolo "La struttura della domanda di lavori pubblici" che Il fatto quotidiano è riuscito ad avere in anteprima c'è scritto che "nel primo semestre del 2009 il numero dei bandi pubblicati e l'importo totale posto in gara subisce una nuova contrazione del 3,3 per cento in termini reali".
Non solo: le grandi imprese fanno la parte del leone e molte medie e piccole cominciano ad avere il fiato corto. "La trasformazione della domanda verso bandi di dimensioni elevate contrasta con le caratteristiche dell'offerta" ammoniscono gli esperti dell'Ance. Per un motivo semplice: il tessuto produttivo delle costruzioni in Italia è costituito soprattutto da imprese non grandi. Delle 34 mila aziende   iscritte al sistema di qualificazione, il 66 per cento può partecipare solo a gare sotto il milione di euro e addirittura l'83 per cento è abilitato per gare non superiori a 2,6 milioni.
La predilezione per i grandi appalti fa felici i soliti noti del mattone tricolore, ma fa tribolare parecchio molti degli altri. L'Ance lo scrive papale papale: "Lo spostamento della domanda verso i grandi lavori pone un problema di tenuta del tessuto produttivo". Come dire: incalzate dalla crisi, molte aziende vedono l'orizzonte tragico del dissesto. La conclusione è lapidaria: "E' necessario contrastare il gigantismo degli appalti"
E' una parola… Gigantismo e sistema delle imprese generali e dei general contractor sono pane e companatico delle costruzioni in Italia. Il risultato, purtroppo, non è consolante. I general contractor, a dispetto dell'inglesismo che fa moda, ripropongono un cliché stagionato e tradizionale, un metodo che in Italia si basa su una serie di elementi ricorrenti. Ma che finora ha dato esiti complessivamente negativi facendo precipitare la dotazione infrastrutturale italiana al 54 esimo posto, così come certificato dal World Economic Forum.  
Il primo elemento è un mix di simbiosi con la politica, una capacità di lobby strepitosa e una delega di fatto ampia e praticamente in bianco ottenuta dagli enti pubblici. Il secondo è il ricorso programmato, costante e massiccio ai subappalti. Il general contractor all'italiana, inoltre, ha comportato quasi di regola scarsità di controlli sulla qualità dei manufatti, tempi biblici di realizzazione delle opere (anche dieci volte più lente rispetto all'Europa), lievitazione dei costi in media 3 volte superiori nei confronti degli altri paesi e oltretutto sopportati per intero dai bilanci pubblici. Tutto ciò si è ovviamente ripercosso sulla dotazione infrastrutturale ormai scaduta a livelli infimi.
Nel dossier preparato all'inizio d'ottobre dal Comitato tecnico infrastrutturale, logistica e mobilità della Confindustria l'arretratezza italiana   è denunciata in termini chiarissimi e riguarda tutti i comparti delle infrastrutture, da quelle a supporto della mobilità e della logistica a quelle energetiche (i rigassificatori, per esempio), idriche (le dighe e gli acquedotti) e ambientali. Dal 1970 al 2006 la rete autostradale è cresciuta in Italia del 67,5 per cento, ma la Spagna ha aumentato i chilometri delle sue autostrade di 30 volte, la Francia di 6 e la Germania di 2. La crescita media annua della rete autostradale è stata del 4,3 per cento nell'Europa a 15, con punte dell'11,7 per cento in Spagna e del 6,5 in Francia. In Italia è stata solo dell'1,7.
Note dolenti anche per la dotazione ferroviaria. Annotano i tecnici della Confindustria: "Nel periodo 1970-2007 la dotazione ferroviaria è rimasta ben distante dai valori medi comunitari. Nel 2007 presentiamo ancora indici nettamente più bassi di Francia e Germania. Non solo, nel nostro paese sono stati sì realizzati miglioramenti tecnologici (elettrificazione, doppi binari, controllo ed Alta velocità), ma meno velocemente che negli altri. E la qualità scadente dei servizi ha sensibilmente inciso sulla nostra capacità d'offerta, in particolare quella dei servizi per i passeggeri che potrebbe contribuire a ridurre la congestione stradale".  
Infine il sistema dei general contractor si è caratterizzato anche per gli alti costi sociali, con una sequela di incidenti sul lavoro favoriti dall'abuso di imprese subappaltatanti di dimensioni spesso modeste scelte dalle aziende capofila non perché qualitativamente più affidabili o più efficienti. Ma proprio per l'esatto opposto, in quanto disposte a risparmiare su tutto, dalle paghe dei dipendenti alla sicurezza nei cantieri trattata con una disinvoltura disarmante e quindi ideali come alleate subordinate in appalti vinti con il criterio del massimo ribasso.
Non è una novità che la maggior parte delle morti sul lavoro in edilizia sia appannaggio proprio delle aziende di subappalto, una catena di morti stigmatizzata pubblicamente dal coro di rappresentanti delle istituzioni, dai   politici e dai procuratori antimafia preoccupati per le frequenti infiltrazioni malavitose. E anche dai sindacati, i quali, però, assai raramente osano spingersi fino alla critica della radice del problema, temendo forse di mettere in discussione un sistema giudicato per certi versi discutibile, ma che dal loro punto di vista dà lavoro su larga scala e garantisce comunque il funzionamento della Cassa edile.
Fino ad ora il governo, e in particolare il ministro per le Infrastrutture, Altero Matteoli, non ha avuto orecchie che per i Grandi cavalieri del cemento. Ma la partita non è chiusa. Dopo il terremoto dell'Aquila i grandi costruttori stavano addirittura per fare cappotto con l'assenso del governo all'estensione del subappalto fino ad un tetto del 50 per cento anche per la realizzazione dei prefabbricati, entrando a piedi uniti proprio in un settore specifico di intervento delle aziende specializzate. Solo in extremis sono stati fermati. E in Confindustria, dopo aver lavorato per più di un anno al piano di riforma infrastrutturale consegnato all'inizio del mese ai ministri Matteoli e Stefania Prestigiacomo (Ambiente), hanno deciso di lasciare in bianco proprio il capitolo dell'organizzazione degli appalti non riuscendo a trovare una sintesi tra gli interessi delle imprese generali e quelli delle aziende   specializzate. Tutto rinviato sperando in un accordo.
L'esito del braccio di ferro in corso stabilirà non solo quali interessi in campo saranno premiati, ma farà intuire anche la piega che potrà essere impressa al ciclo delle grandi opere e questo è l'aspetto cruciale della partita. Interessa in primo luogo le imprese perché le infrastrutture sono il retroterra per la competitività e la crescita delle aziende. Ma riguarda da vicino anche i cittadini normali, la qualità della vita, la possibilità di spostarsi in modo decente, di avere energia in quantità sufficienti e a costi accettabili e di accedere ad Internet con facilità e tempi di trasmissione da paese moderno.
 
(2 - fine)
 
 

Lei è educato si vergogni

 
Lei è educato si vergogni
di Marco Travaglio
 
IL FATTO QUOTIDIANO  -  17 ottobre 2009   pag . 1
 
Nel regime di Berlusconia chi ha la sfortuna di aver ricevuto un'educazione, di aver imparato che non si dicono le bugie e si parla uno per volta, è fregato. Chi ha una reputazione fa di tutto per conservarla: ma chi ne è sprovvisto non teme di perderla, dunque parte avvantaggiato. Perché può fare e dire tutte le porcate che vuole, tanto da lui ci si attende il peggio. Prendete Gasparri, con rispetto parlando: continua a dire in tv che io vado in ferie a spese della mafia, ben sapendo che non è vero ma che nessun Vespa lo smentirà e nessuna Authority o Vigilanza interverrà. Prendete il miglior premier degli ultimi 150 anni, il più perseguitato della Storia (più di Gesù, per dire), il più buono e giusto: siccome è anche l'editore più liberale dai tempi di Gutenberg, una delle sue tv fa pedinare con telecamera nascosta il giudice Mesiano, per dimostrare che è un tipo strano e sospetto (infatti porta calzini turchesi, fuma e aspetta il suo turno dal barbiere, invece di andare a puttane o frequentare papponi e spacciatori).

Così tutti i giudici che si occupano di Berlusconi sanno quel che li aspetta se non fanno i bravi. Prendete Il Giornale: raccoglie testimonianze anonime di gente che ha origliato il giudice Mesiano mentre a cena con amici avrebbe parlato male di Berlusconi e bene di Prodi (davvero sorprendente: fra Prodi, che ha sempre rispettato la magistratura, e Berlusconi, che ha definito tutti i magistrati vivi e morti "antropologicamente diversi dal resto della razza umana" e "mentalmente disturbati", dunque "noi ai giudici insidiamo le mogli perchè siamo tombeur de femmes", un giudice preferisce Prodi: che tipo bizzarro). Il fatto è che ogni cittadino, giudici compresi, ha tutto il diritto di preferire Prodi a Berlusconi o viceversa, l'importante è che giudichi secondo giustizia. Solo una mente malata – come ha notato Maltese - può pensare che un giudice di sinistra condanni un innocente solo perchè di destra, e viceversa. Oltretutto Mesiano non poteva che condannare la Fininvest a risarcire De Benedetti per la sentenza comprata sul lodo Mondadori, visto che la Cassazione penale aveva già stabilito che l'Ingegnere andasse risarcito. Il giudice civile doveva solo quantificare il danno.

Prendete Belpietro ad Annozero: dice che il giudice Carfì, autore della prima sentenza penale su Mondadori, non è imparziale perchè fu sentito sussurrare al pm che con Berlusconi "bisogna usare il bastone e la carota". Piccolo particolare: il giudice del bastone e della carota non era Carfì, ma Crivelli, che non giudicava su Mondadori, ma su Guardia di Finanza, e non parlava di Berlusconi, ma del calendario delle udienze. Chi se ne frega, Crivelli o Carfì pari sono: cominciano entrambi per C. Prendete il leghista Castelli, un altro che non ha l'handicap della buona educazione: interrompe, strilla, insulta, delira. Vuole i pm "eletti dal popolo" (fantastico: i pm di partito), poi se la prende con quelli "politicizzati", cioè di sinistra: quelli che invece stavano con lui al ministero e sperperavano denaro pubblico in consulenze inutili, non sono politicizzati: vanno benissimo, come quelli corrotti da Previti con soldi di Berlusconi. Averne. La prova dei giudici politicizzati, per il padano, è un vecchio libro di un vecchio giudice che racconta i funerali, negli anni 70, di un collega, tale Pesce, tra bandiere rosse e pugni alzati. Che diavolo c'entri questo Pesce (fra l'altro morto e sepolto) col caso Mondadori, lo sa solo lui. Evidentemente il Castelli preferisce Metta e Squillante: meglio corrotti che rossi. 
 

Grandi opere, guerra per lobby

 
DAL MOSE AL PONTE; DALLA BREBEMI ALL'EXPO. DOVE SI FANNO I SOLDI
 
IL FATTO QUOTIDIANO  -  16 ottobre 2009   pag. 5
 
Del piano sulle grandi opere fanno parte il Mose (MOdulo Sperimentale Elettromeccanico) per proteggere Venezia dall'acqua alta, il piano di edilizia scolastica, il Ponte sullo Stretto di Messina, l'autostrada Salerno-Reggio Calabria; la strada 106 Jonica tra Taranto e Reggio Calabria. E ancora le grandi opere situate nel nord Italia, come la Brebemi (collegamento diretto tra le città di Milano e Brescia), la Pedemontana (una via esterna alla provincia di Milano per unire la provincia di Varese con quella di Bergamo); l'alta velocità tra Milano e Treviglio e, infine, alcune opere dell'Expo di Milano in programma per il 2015. In tutto sono investimenti pubblici e privati di circa 19 miliardi di euro, 8,6 miliardi provenienti da vecchi investimenti riprogrammati del Fondo per le aree sottosviluppate (il Fas); oltre due miliardi per interventi minori e 6 miliardi dei concessionari delle autostrade.

 
 
GRANDI OPERE GUERRA PER LOBBY
È partito l'assalto da parte dei potentati economici per i 19 miliardi in "palio"
di Daniele Martini
 
IL FATTO QUOTIDIANO - 16 ottobre 2009 pag. 5
 
Tra i costruttori è scoppiata la guerra delle lobby per le grandi opere. Ai soliti general contractor abituati per decenni a dominare il mercato e a spartirsi con sapienza gli appalti si contrappongono centinaia di imprese specializzate intenzionate a sparigliare il gioco. La contesa è aspra, anche se al di fuori della ristretta cerchia degli addetti ai lavori si fa fatica perfino ad individuarla perché i protagonisti si affrontano lontano dai riflettori, sotto il pelo dell'acqua e nessun giornale ne parla. L'esito del braccio di ferro non è affatto scontato nonostante il cuore del governo e in particolare quello del ministro per le Infrastrutture, il cecinese Altero Matteoli, batta forte per le grandi imprese. In ballo ci sono investimenti pubblici e privati cospicui, almeno sulla carta, circa 19 miliardi di euro, tra nuove risorse (2,3 miliardi per la legge Obiettivo), 8,6 miliardi di vecchi investimenti riprogrammati del Fondo per le aree sottosviluppate (Fas), 2 miliardi per interventi minori e 6 miliardi dei concessionari delle autostrade. Un mare di quattrini, anche se inferiore rispetto a quanto veniva stanziato negli anni passati.
Nel 2007 e 2008, per esempio, alle grandi infrastrutture i governi di centrosinistra dedicarono un incremento di spesa rispettivamente del 12,4 e del 13,3 per cento. Il governo di Silvio Berlusconi, invece, con le manovre economiche del 2009 e del 2010 ha ridotto in termini reali la dotazione di circa il 20 per cento rispetto agli anni precedenti così come risulta dai dati dell'Associazione dei costruttori (Ance). L'impegno finanziario resta in ogni caso enorme, soprattutto in relazione alla scarsità di risorse pubbliche disponibili.
Da una parte della barricata ci sono i Grandi cavalieri del cemento armato, i soliti imprenditori blasonati, formidabili razziatori di appalti pubblici. Una lobby dalla quale è spuntata per gemmazione un'altra superlobby con al vertice 13 imprese dai nomi altisonanti accasate all'interno dell'Ance, ma di fatto così autorevoli e potenti da fare razza a sé, una specie di casta del mattone legata a filo doppio alla politica e rappresentata dall'Agi (Associazione delle grandi imprese) e dall'Igi, il centro studi per le grandi infrastrutture coordinato da Giuseppe Zamberletti, noto come il fondatore della Protezione civile e commissario del governo per i terremoti in Friuli e Irpinia.
C'è la Vianini di Franco Caltagirone, l'ottavo re di Roma, costruttore-banchiere-finanziere con una liquidità immensa e il pallino della carta stampata, proprietario di un bel bouquet di giornali influenti come il capitolino Il Messaggero e Il Mattino di Napoli. E poi la Salini che proprio alcuni giorni fa si è fusa con la Todini della signora Luisa, esponente umbra del Pdl in lizza per una candidatura alle regionali dell'anno prossimo nel Lazio in contrapposizione a Piero Marrazzo. E ancora: Pizzarotti, Astaldi, Baldassini-Tognozzi-Pontello, Fincosit, Condotte, Maltauro, Torno.
E l'Impregilo che per le grandi opere è come il prezzemolo. Oggi controllata dai Benetton e Marcellino Gavio, Impregilo negli anni passati aveva costruito tra l'altro l'ospedale dell'Aquila, venuto giù come un castello di carte con il terremoto, mentre con la società Fisia-Fibe in Campania non era stata capace in un decennio di realizzare neanche un inceneritore contribuendo a far lievitare lo scandalo della monnezza. Forse per questi indubbi meriti acquisiti sul campo è stata gratificata con la solenne investitura governativa per la costruzione del Ponte sullo Stretto.
E poi lo stesso Marcellino Gavio, con altre sue aziende concessionario di autostrade al Nord tra cui la Torino-Milano, uno dei campioni della controversa vicenda della Tav, la rete ferroviaria per i treni ad alta velocità progettata a partire dal lontano 1985, lanciata nel 1991 dall'allora presidente delle Ferrovie, Lorenzo Necci, e non ancora arrivata al capolinea, con costi impressionanti, da quattro a cinque volte superiori a quelli della Francia e della Spagna.
E ancora: l'abruzzese Carlo Toto, socio al 40 per cento della società Autostrade nella Roma-L'Aquila e proprietario indebitato fino agli occhi soprattutto con Banca Intesa della compagnia aerea Air One, protagonista un anno fa di una delle più strampalate operazioni politico-industriali della storia patria, la privatizzazione dell'Alitalia ormai fallita. Per volontà del governo, l'Air One fu associata alla ex compagnia di bandiera nella Cai a cui è stato graziosamente attribuito a spese dei viaggiatori e dei contribuenti il monopolio assoluto e praticamente non sindacabile per almeno tre anni sulla tratta più trafficata e redditizia di tutto il paese, quel Roma-Milano che è una specie di bancomat aeronautico, una rendita facile alimentata da slot (diritti di decollo e atterraggio) che nessuno, da Assoclearence ad Enac, è in grado di riconsegnare alla libera concorrenza. Aggregate a questo gotha ci sono poi le imprese cooperative tipo la Cmc (Cooperativa costruttori e cementisti) di Ravenna, la Unieco, impresa edile di Reggio Emilia, e infine la Coopsette.
Dall'altra parte del fronte sono schierate le aziende medie e medio-grandi che si definiscono specializzate e superspecializzate, società dai nomi in genere quasi del tutto sconosciuti, al di fuori almeno della cerchia degli addetti ai lavori, raggruppate in 36 categorie diverse. Ci sono, per esempio, i costruttori di prefabbricati, le aziende addette all'armamento ferroviario, quelle per le fondazioni speciali e il consolidamento dei terreni, quelle per le impermeabilizzazioni, i fornitori di sistemi antisismici. Attraverso le loro associazioni di categoria da un po' di tempo queste centinaia e centinaia di imprese hanno deciso di dare battaglia partendo dalla constatazione quasi banale che i modelli seguiti in passato per la politica delle infrastrutture non hanno dato buoni risultati (ne parleremo nella prossima puntata).
Attenzione, però: sulle grandi opere e sul mattone tricolore non si sta riproponendo la solita disfida grandi contro piccoli che è una costante ormai storica dell'imprenditoria nazionale. L'aspetto delle dimensioni aziendali è uno degli elementi della partita, ma non l'unico e nemmeno quello fondamentale. La linea vera di frattura è un'altra e passa tra due modi diversi di intendere la realizzazione delle infrastrutture future. Le società specializzate mettono in discussione proprio l'impalcatura classica del sistema delle imprese generali e si battono in particolare contro la pratica del subappalto. Il loro motto è semplice: «Il lavoro sia fatto da chi lo sa fare», che tradotto in soldoni significa che vogliono uscire dalla palude indistinta delle aziende subappaltanti nella quale oggi sono confinate per entrare in una dimensione di pari dignità con le grandi aziende costituendo con esse associazioni temporanee di impresa finalizzate alla realizzazione di singoli progetti. L'esito del braccio di ferro in corso stabilirà non solo quali interessi in campo saranno premiati, circostanza che interessa relativamente poco ai comuni mortali. Ma farà intuire anche la piega che potrà essere impressa al ciclo delle grandi opere.
(1 continua)
 

Comunicato stampa Consulta TAV Firenze

 
COMUNICATO STAMPA DELLA CONSULTA AV

Come cittadini riuniti nella Consulta sulla Alta Velocità di Firenze, insieme ad alcuni consiglieri comunali qui presenti vogliamo lanciare un messaggio forte e unitario alla città perché si fermi l’esecuzione del progetto AV di Firenze, aprendo subito un pubblico dibattito per informare compiutamente la popolazione e per confrontare tra loro le soluzioni alternative, da tempo e autorevolmente avanzate da più parti.
Nell’iter di approvazione di questo progetto, sempre sottratto alla trasparenza e all’evidenza pubblica, le obiezioni e le riserve presentate anche da parte di organismi di controllo pubblico, sono state sistematicamente ignorate.
Solo recentemente da parte dell’Osservatorio ambientale, sull’onda delle crescenti preoccupazioni per i danni provocati dalla costruzione dell'AV, sono state richieste complesse e costose prescrizioni cautelative.
La Consulta prende atto con soddisfazione del fatto che il Sindaco Renzi vuole azzerare la Stazione Foster ai Macelli. Consideriamo queste sue dichiarazioni un primo risultato delle mobilitazioni e delle critiche qualificate che da anni si conducono contro quest’opera colossale e intrinsecamente rischiosa.

A maggior ragione però torniamo a chiedere l’interruzione dei lavori preparatori nei cantieri che nel frattempo sono proseguiti, malgrado l’incertezza delle previsioni e le sollecitazioni a fermarli giunte da più parti.
In particolare, qui nell’area degli ex Macelli, in previsione della Stazione di Foster, si è proceduto all’abbattimento di decine di alberi e di numerosi edifici dell’ex complesso ottocentesco, senza alcun riguardo per la salute pubblica, per l’informazione degli abitanti, per le normative vigenti in materia di vincoli e di tutela del verde.
Il fatto che a Firenze ci si sia disfatti con tanta leggerezza di uno tra i più significativi esempi di attrezzatura pubblica dell’epoca del Poggi, soggetto a vincolo monumentale, è un fatto gravissimo che ci riporta indietro ai periodi più bui della ricostruzione del dopoguerra. Uguale allarme suscitano i lavori previsti nell’area di Campo di Marte e quelli per lo scavalco nella zona di Castello, che hanno già prodotto danni visibili alle abitazioni.
Con questi metodi ci si prepara a scavare sotto la città 2 tunnel di 7 km di lunghezza e di 9,5 m di diametro ciascuno, paralizzandola, riempiendola di polveri e rumori, deviando la falda freatica e producendo inevitabili guasti ad abitazioni, scuole, uffici, nonché a preziosi monumenti.

Domandiamo:
- una volta cancellata la stazione ai Macelli, si pensa veramente di lasciare invariato l’attuale tracciato di sottoattraversamento, come sembra sostenere il Sindaco e come ha ribadito ufficialmente la maggioranza in Consiglio comunale?
- se davvero, come si afferma, si intende collocare “le frecce” TAV tra la Fortezza da Basso e via Valfonda, si renderà pubblica per lo meno una bozza del progetto, con la “fermata” prevista sotto al binario 16?
- quale è il bilancio economico di tanta approssimazione progettuale e di tanto ritardo nell’approntare il passaggio dell’AV?
- quale sarà il destino dell’area dei Macelli e di quella vicina di Belfiore dopo questo cambiamento di previsioni?
Si può continuare a procedere con la politica degli annunci e dell’improvvisazione?
Oggi è sempre più chiaro che nel rispetto delle assemblee elettive e degli uffici competenti ai vari livelli, opere di tale complessità devono essere condotte con il consenso informato delle popolazioni direttamente coinvolte.

Facciamo quindi appello a tutte le forze politiche presenti in Consiglio Comunale, perché si attui un ripensamento sul progetto di sottoattraversamento e si apra per Firenze una pausa di riflessione per trovare la soluzione migliore per il nodo ferroviario AV.

La Consulta AV chiede:

- l’apertura di un percorso partecipativo il più ampio possibile a partire da un Consiglio comunale aperto sull’argomento;
- che Firenze abbia finalmente adeguati strumenti urbanistici generali nel rispetto delle norme esistenti;
- che, indipendentemente dalla soluzione definitiva, la cui realizzazione richiederà diversi anni, si provveda quanto prima a predisporre tutte quelle misure transitorie che rendano il passaggio dell’Alta velocità vantaggioso per la città e per il servizio ferroviario regionale.

La Consulta AV intende:

- promuovere e sostenere tutte quelle iniziative di informazione e mobilitazione che consentano ai fiorentini di far sentire la propria voce in questo importante dibattito, attraverso l’organizzazione di assemblee cittadine e la preparazione di una grande manifestazione pubblica sul tema;
- approntare una azione legale collettiva, sul modello della “class action”, come forma di autotutela per i prevedibili danni collegati ai cantieri dell’Alta velocità.


Firenze, 14 ottobre 2009

 

TAV a Firenze: crepe a Castello, il Comune convoca Rfi


Lavori Tav in via Fanfani - L'inchiesta del Nuovo Corriere arriva in Consiglio Comunale. Nuove verifiche e tavolo tecnico
Crepe a Castello, il Comune convoca Rfi
Mattei dopo il sopralluogo: "Le Ferrovie non hanno fatto le infrastrutture. E' tutto allagato"

di Duccio Tronci

 
IL NUOVO CORRIERE DI FIRENZE  -  13 ottobre 2009   pag. 4

"Effettivamente in via Fanfani la situazione non è rosea: le abitazioni hanno le crepe sulle facciate, così come nei muri interni, arrivate dopo l'inizio dei lavori Tav a Castello". E' la conferma che arriva in Consiglio Comunale dall'assessore ai lavori pubblici Massimo Mattei sulla questione sollevata dall'inchiesta pubblicata venerdì scorso dal Nuovo Corriere di Firenze.
Mattei ha risposto in aula ad una domanda d'attualità presentata sul tema da Ornella De Zordo, dopo aver visto con i propri occhi i danni alle case effettuando un sopralluogo nell'area. Nei prossimi giorni ci saranno delle verifiche per accertare le cause specifiche dei danni provocati.
L'assessore ha poi puntato il dito contro Rfi, che non avrebbe realizzato le opere pensate per alleggerire l'impatto dei cantieri nell'area: "Sembrava di essere a Venezia – ha detto Mattei – il giorno prima che andassi lì era piovuto e c'era acqua ovunque. Una situazione inaccettabile. Chiederemo conto a Rfi sul perché, ad oggi, non abbia ancora realizzato i lavori previsti per rendere vivibile l'area durante i lavori".
Mattei ha anche annunciato che presto si terrà un incontro con Rfi, Comune e Quartiere, al quale parteciperanno anche i cittadini coinvolti: "Ho chiesto che a questo incontro siano invitati anche le famiglie – ha precisato l'assessore – perché mi sembra giusto che siano presenti anche i diretti interessati".
Restano molti dubbi, invece, sulla questione dei testimoniali di stato, gli strumenti di verifica degli edifici che servono a valutare successivamente gli eventuali danni subiti. Mattei si è limitato a rilevare che Rfi sostiene di aver effettuato le rilevazioni prima dell'apertura dei cantieri. Ma i residenti di via Fanfani smentiscono: "Se non li avessimo chiamati noi, non sarebbero mai venuti". Chi e come si stabilirà chi ha ragione? A lasciare perplessi è il fatto che ad effettuare le verifiche siano le stesse ferrovie. Salvo che il proprietario non paghi di tasca propria una persona di fiducia che potrà affiancare i tecnici delle ferrovie nei sopralluoghi.
 
 

I rischi del doppio tunnel TAV sotto Firenze

 
COMITATO CONTRO IL SOTTOATTRAVERSAMENTO AV - FIRENZE

Abbiamo realizzato un'intervista alla Prof.essa Crespellani che è visibile all'indirizzo:


Nell'intervista, la prof.essa Ing. Crespellani descrive tutti i rischi possibili del progetto di sottoattraversamento ferroviario dell'Altà velocità del nodo di Firenze, sia per quanto riguarda la realizzazione della stazione sotterranea ai Macelli che della sola costruzione dei due tunnel, che dovrebbero andare dal Sodo a Campo di Marte.
 
Firenze, 13 ottobre 2009

Leggi ad personam: non bastano

 
Leggi ad personam: non bastano
di Bruno Tinti
 
IL FATTO QUOTIDIANO  -  13 ottobre 2009   pag. 18
 
Quando facevo il pm i miei amici avvocati mi dicevano sempre: "hai ragione tu, questo è colpevole; ma non ci sono problemi, lo tireremo fuori in procedura". Intendevano dire che l'assoluzione nel merito era impossibile; ma che ci sono così tanti inghippi procedurali che l'insufficienza di prove (art. 530 secondo comma codice procedura penale) o la prescrizione sono garantite. E in effetti, quando l'imputato non era uno dei tanti disperati per cui la legge è brutalmente efficiente, finiva quasi sempre così. Motivo per cui adesso faccio un altro mestiere.
Come ho detto, finisce quasi sempre così; quasi. E infatti oggi Berlusconi si trova nei guai perché gli esecutori dei suoi ordini sono stati condannati e il giudice civile gli ha imposto di risarcire i danni alle parti offese dai reati che lui aveva commissionato.
Qui, con la procedura non riesce a tirarsene fuori. E la prescrizione, in questo processo civile, non è una soluzione possibile. Gli resta la menzogna, la disinformazione, l'intimidazione: "le sentenze preannunciano un golpe; italiani armatevi e resistete".
Provo a spiegare perché si tratta di bufale solenni. Nel 2007 la Cassazione confermò la condanna di Previti, Acampora, Pacifico e Metta "perché…in concorso tra loro...promettevano e versavano somme di denaro a Metta – magistrato... - affinché violasse i propri doveri di imparzialità...allo scopo di favorire la famiglia Mondadori/Formenton (e in conseguenza Silvio Berlusconi) nel giudizio che la vedeva opposta…alla Cir di Carlo De Benedetti...e segnatamente Berlusconi (posizione definita con sentenza…di non doversi procedere per intervenuta   prescrizione…), attraverso articolate operazioni finanziarie…utilizzando società e/o conti bancari riconducibili al comparto estero della Fininvest e allo scopo di metterle a disposizione di Metta, bonificava nel 1991 a favore del conto "Mercier" di Ginevra di Previti la somma di $ 2.732.862…"
Cosa avrebbe dovuto fare il giudice civile cui Cir (De Benedetti) aveva chiesto di condannare Fininvest (Berlusconi) al risarcimento dei danni derivanti da questo reato? Dire che non era vero   niente? Che Berlusconi (assolto per prescrizione ma colpevole) era innocente? E, d'altra parte, che non potesse fare questo lo dice anche l'art. 651 del codice di procedura civile: "la sentenza penale definitiva fa stato nel processo civile". Dunque sul fatto che Berlusconi aveva   corrotto Metta ormai c'era niente da discutere. Qui, per la verità, bisognava tener conto di uno dei soliti ostacoli procedurali, perché nel processo civile c'era Fininvest e nel processo penale c'era Berlusconi (cioè due soggetti diversi; fa un po' ridere ma in diritto è così); e in questi casi la legge dice che la sentenza penale non ha efficacia diretta nel processo civile e che tutto deve essere esaminato di nuovo, utilizzando però le carte del processo penale. Così il giudice civile si è studiato tutto il processo penale (per la verità ha fatto anche una corposa istruttoria, interrogando testi, esaminando nuovi documenti e sciroppandosi micidiali memorie difensive) e ha ovviamente deciso quello che, prima di lui, avevano deciso altri 11 giudici e 3 pm, in 3 gradi di giudizio (nonché un numero enorme di altri giudici   e pm intervenuti su tutte le eccezioni sollevate nel corso dei processi): Fininvest ha ottenuto le azioni Mondadori a seguito di una sentenza che era frutto di corruzione; quindi Cir è stata privata di un suo diritto; ne consegue un risarcimento dei danni. Proprio come succede in qualsiasi processo, dove alle parti offese di un reato il giudice civile liquida somme di danaro proporzionate al danno subito. Dunque una sentenza ineccepibile.
Tanto ineccepibile che oggi Berlusconi e la sua fazione non discutono del merito. Cosa potrebbero dire ai cittadini: non è vero che ho corrotto Metta e quindi non è vero che debbo dei soldi a De Benedetti? Così agitano lo spettro del golpe. E poi si rifanno ad altri argomenti di pregio: il giudice che ha scritto la sentenza è solito indossare maglioni (?), è molto alto (dunque odia Berlusconi   che, come si sa, è molto basso) e (ma non era un pregio? Quante volte è stato criticato il protagonismo dei giudici?) non è un giudice VIP, non è noto, ha sempre fatto silenziosamente il suo lavoro e nessuno lo conosce. Poi dicono anche che la sentenza è stata scritta da Cir perché lui, il giudice, non poteva capirci niente di numeri e tabelle; infatti le sentenze in materia di danno civile (che sono tutte di questo tipo) le scrivono sempre le parti offese che si auto liquidano il risarcimento: lo sanno tutti! Alla fine, se l'Appello confermerà la sentenza, scopriremo ancora una volta che, anche lì, i giudici erano di sinistra; anzi di estrema sinistra.
Un'ultima riflessione. Qui si parla di soldi, tanti, ma sempre soldi sono. Cosa ci sarebbe stato da ridire se la sentenza avesse riguardato un risarcimento danni per incidente stradale? Guidatore distratto che investe un pedone sulle strisce; il guidatore è Berlusconi; e un teste falso dice che non era lui che guidava; un processo penale accerta che il teste è falso…. Ah già, ma anche questo è già successo...
 
 

Il Lodo dei quadrumani

 
"PASSAPAROLA" del 12 ottobre 2009, di Marco Travaglio
 
Il Lodo dei quadrumani
 
Tratto dal sito www.beppegrillo.it
 
Sommario della puntata:
 

 
Testo:
 
Buongiorno a tutti. Avete visto che pasticcio sta succedendo? Due giorni fa il giornale di casa Berlusconi pubblica una ricostruzione di come fu concepito, costruito, approvato e promulgato il cosiddetto Lodo Alfano e da chi. Devo dire -è una cosa che non farò mai più, credo, ma- che la ricostruzione di Feltri è abbastanza verosimile, secondo me molto vicina alla verità: del resto l'avevamo scritto nel libro "Bavaglio" l'anno scorso, come erano andate le cose e, chiunque abbia un po' di memoria o abbia partecipato alla manifestazione di Piazza Navona dell'8 luglio dell'anno scorso, l'ha sentito ripetere da molti di noi.
 
Il Lodo Alfano non l'ha scritto Alfano
Il Lodo Alfano l'unico che non l'ha scritto è Alfano: il Lodo Alfano è opera di Berlusconi e dei suoi Avvocati, Ghedini innanzitutto e, dall'altra parte, lo staff del Quirinale con qualche zampino del Partito Democratico, all'epoca guidato dal leggendario Walter Veltroni. Oggi il Quirinale, dopo aver lasciato passare un'intera giornata, la giornata di domenica, smentisce quella ricostruzione in maniera un po' vaga, dicendo " è del tutto falsa l'affermazione che al Quirinale si siano stipulati patti su leggi la cui iniziativa, come è noto, spetta al governo e tanto meno sul superamento del vaglio di costituzionalità affidato alla Consulta". Dopodiché dice che " la collaborazione tra gli uffici della presidenza del Consiglio e i Ministri competenti è una prassi da lungo tempo consolidata, di semplice consultazione e leale cooperazione, che lascia intatta la netta distinzione dei ruoli e delle responsabilità". Quanto sia netta questa distinzione lo vediamo tra un attimo. Prosegue, la nota del Quirinale, con il fatto che c'era la legge blocca-processi che era incostituzionale e che, quindi, il Consiglio dei Ministri la sostituì con la Legge Alfano che, invece di bloccare 100.000 processi, bloccava soltanto quelli a Berlusconi. Dice " Napolitano ne autorizzò la presentazione al Parlamento e, successivamente, dopo l'approvazione da parte delle Camere, promulgò la legge, dando un via libera che - dice - non poteva in nessun modo costituire garanzia di giudizio favorevole della Corte in caso di ricorso" e questo è vero, la firma del capo dello Stato non pregiudica che la Corte possa bocciarla, la legge: quante volte abbiamo visto che la Corte Costituzionale ha bocciato leggi firmate dal Presidente della Repubblica?
"Il rispetto dell'indipendenza della Corte Costituzionale e dei suoi giudici, doveroso per tutti, ha rappresentato una costante linea di condotta per qualsiasi Presidente della Repubblica" e su questo non ci sono dubbi. Ci sono dubbi invece sulla prima parte della smentita, perché in realtà non sta scritto da nessuna parte che gli uffici tecnici della Presidenza della Repubblica debbano avviare una prassi di cooperazione e consultazione con i Ministeri e con chi fa le leggi o chi le propone, o chi prepara i decreti. Sarò fissato, sapete che abbiamo appena fatto un quotidiano, Il Fatto Quotidiano, che ha come linea politica la Costituzione e quindi me la sto ripassando: oggi vorrei ripassare l'articolo 74; non so se avete notato, ma su Il Fatto Quotidiano ogni settimana la costituzionalista Lorenza Carlassare esamina un articolo della Costituzione, la settimana scorsa abbiamo esaminato il terzo, questa settimana ci sarà il quarto e andremo avanti. Vi anticipo il settantaquattresimo, che dice: " le leggi sono promulgate dal Presidente della Repubblica - scusate, questo è il 73 - entro un mese dall'approvazione. Se le Camere, ciascuna a maggioranza assoluta dei propri componenti, ne dichiarano l'urgenza la legge è promulgata nei termini da esse stabiliti. Le leggi sono pubblicate subito dopo la promulgazione e entrano in vigore il quindicesimo giorno successivo alla loro pubblicazione, salvo che le leggi stesse stabiliscano un termine diverso".

Napolitano poteva non firmare
Dopodiché, il 74 - e qui arriviamo al dunque - prevede quanto segue: " il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge può, con messaggio motivato alle Camere, chiedere una nuova deliberazione; se le Camere approvano nuovamente la legge questa deve essere promulgata". E' molto secco questo articolo, sono quattro righe e mezza, due commi: " il Presidente della Repubblica, prima di promulgare la legge può, con messaggio motivato alle Camere, chiedere una nuova deliberazione; se le Camere approvano nuovamente la legge, questa deve essere promulgata", punto e fine: che cosa significa? Che il Presidente, solo se la legge è manifestamente incostituzionale, la può rimandare indietro alle Camere con un messaggio? Assolutamente no, non c'è scritto: c'è scritto che il Presidente della Repubblica, prima di promulgarla, può rimandarla indietro e chiedere di rifarla diversa, con un messaggio motivato alle Camere, dove spiega il perché, sia che sia incostituzionale e sia che non gli piaccia: ci possono essere delle leggi orrende, infami, ributtanti, ingiuste, contrarie alla moralità pubblica, contrarie al senso dello Stato, che non per questo sono di per sé manifestamente incostituzionali, per esempio l'ultima che ha firmato, ossia lo scudo fiscale. Non si sa se sia incostituzionale, sicuramente è una porcheria inaudita per le ragioni che abbiamo spiegato e che spiegheremo domani, dove su Il Fatto Quotidiano troverete un manualetto per il riciclatore a norma di legge, a norma di scudo.
Prendiamo un altro caso: la legge che fa degli immigrati clandestini dei delinquenti prima ancora che commettano dei reati, solo per lo status di clandestini; è una totale follia, non serve a niente dal punto di vista della lotta alla clandestinità: perché? Come potrà mai essere spaventato un immigrato clandestino dalla prospettiva di essere condannato a una pena pecuniaria di 5 o 10. 000 Euro? Non li ha, né 5 né 10. 000 Euro, se li ha non risultano e non li pagherà mai, è lo Stato che deve avere paura di un'ondata di migliaia, migliaia e migliaia di processi a gente che, alla fine, sarà condannata a pagare una multa che non pagherà. E' una legge che da un lato non serve a niente e, dall'altro lato, paralizza - se già non fosse paralizzata - la giustizia ancora di più e in più fa dell'Italia un Paese che ha smarrito il senso dell'umanità e della pietà, perché quando arriva una larva umana scampata a un naufragio e, appena mette piede sulla battigia, le viene notificato un avviso di garanzia per immigrazione clandestina beh, quello la prossima volta magari affoga con tutti gli altri, che forse gli conviene. Stiamo parlando di leggi disumane e assolutamente inutili, folli, irrazionali e poi non sappiamo se sono anche incostituzionali: alcuni giudici ritengono di sì, ma vedremo in futuro la Corte Costituzionale che cosa dirà. Intanto sono leggi porcata che, ripeto, ai sensi dell'articolo 74 il Capo dello Stato, se lo ritiene, può rispedire indietro anche se non ravvisa manifeste ragioni di incostituzionalità, articolo 74. A furia di sentir dire che il capo dello Stato può respingere le leggi solo se sono manifestamente incostituzionali, mi ero fatto l'idea che ci fosse scritto nella Costituzione: in realtà non c'è scritto, sarà una prassi ma non.. la Costituzione non lo dice, dice semplicemente che, se una legge non gli piace, lo motiva e la rispedisce indietro. Poi dice anche che, se gliela rimandano uguale, la deve firmare; se gliela rimandano modificata, essendo una nuova legge, la può nuovamente respingere, ok?
Quando il capo dello Stato, l'altro giorno, per giustificare la sua firma sulla legge dello scudo fiscale ha redarguito severamente un cittadino che faceva il cittadino, ossia che gli chiedeva conto e ragione dei suoi atti, cosa che tutti noi dovremmo fare nei confronti di chi ricopre cariche pubbliche, il Presidente della Repubblica l'ha cazziato: gli ha detto " tanto se la rimandavo indietro me la rifacevano uguale". Intanto tu mandagliela indietro, con un messaggio al Paese, ossia al Parlamento, nel quale spieghi le ragioni per cui quella è una porcata, dopodiché voglio vedere una maggioranza già sfilacciata dove, se non ci fossero le assenze del PD, già lo scudo non sarebbe passato né in sede di costituzionalità né in sede di approvazione definitiva, se quella stessa maggioranza non ha almeno dieci, venti o trenta persone, magari gli amici di Fini, che sono colte da una crisi di coscienza, oppure semplicemente non vogliono andare a uno scontro frontale con il Quirinale! Poi comunque tu potrai guardarti la mattina allo specchio e dire "ho fatto di tutto, ho fatto tutto ciò che la Costituzione mi consentiva per evitare che il Paese venisse violentato da una nuova legge immorale, che premia i delinquenti"! Del resto, se c'è scritto all'articolo 74 che la puoi rimandare indietro, avrà un senso, quest'articolo 74! Che cosa vuole dire che la seconda volta la devi firmare? Lo sappiamo, c'è scritto: intanto non firmarla la prima, così almeno sappiamo che c'è almeno un'istituzione, oltre ai nove membri della Corte Costituzionale su 15 che non si sono ancora inginocchiati davanti al Duce, che rappresenta le istituzioni e che svolge un'opera di controllo imparziale e indipendente, che non si lascia intimidire, mentre oggi dobbiamo dire che, a parte quei nove giudici costituzionali su 15, non abbiamo nessun altro potere terzo che sia in grado di difenderci da leggi incostituzionali di questo regime.
 
Il ricatto di Berlusconi
Come andò, invece, per il Lodo? Ve lo ricordate? Berlusconi vince le elezioni, sta arrivando rapidamente a conclusione un processo che dura da tre anni, il processo Mills a carico suo e di Mills, lui è accusato di aver corrotto Mills, Mills è accusato di essere stato corrotto da lui, sono in due, hanno finito di sentire i testimoni, sta per iniziare la discussione finale, ossia la requisitoria e le arringhe difensive dei due Avvocati e due imputati, Berlusconi piazza un emendamento nel pacchetto sicurezza, nel quale c'è scritto che sono bloccati 100. 000 processi: questo era il risultato di quest'emendamento. Era una legge che, con la scusa di fare celebrare prima i processi per i reati più recenti, di fatto imponeva ai giudici di dimenticarsi quelli per i delitti commessi fino, se non erro, al 2001. Naturalmente, tra quei delitti commessi fino al 2001, c'erano delitti gravissimi quali associazione a delinquere, estorsione, di tutto: perché? Perché ci doveva fare rientrare pure la corruzione giudiziaria, visto che era accusato insieme a Mills di corruzione giudiziaria del testimone. Quindi prendeva 100. 000 vittime di quei reati e diceva " sapete che c'è? Dato che ho un processo commesso nello stesso periodo nel quale è stato commesso il reato ai danni vostri, ve la scordate la giustizia, non avrete giustizia: perché? Perché non posso permettermi di farmi giudicare per quel reato", conseguentemente prendeva 100. 000 vittime e diceva loro " voi non avrete giustizia", prendeva 100. 000 colpevoli, o almeno i colpevoli di 100. 000 reati e diceva loro " state tranquilli, siete nella mia categoria, la fate franca come me!", sarebbe successo, ovviamente, il finimondo, immagino che le vittime sarebbero andate a Roma a incendiare qualche palazzo. Io, se fossi stato una vittima che si sentiva fare un discorso del genere, l'avrei fatto.
E allora che cosa succede? Arrivano i pompieri per cercare di spegnere il fuoco che ha appiccato Berlusconi, il quale fa sempre così: appicca il fuoco, arrivano i pompieri e gli dicono " spegniamolo insieme, questo fuoco: cosa vuoi in cambio?" e lui lì piazza la sua vera richiesta, che non è assolutamente bloccare 100.000 processi, a lui interessa bloccare i suoi e altri 99. 999 si possono celebrare tranquillamente, l'importante è che il suo non si celebri. Nasce così quella che si chiama la moral suasion e che si potrebbe chiamare moral suasion se venisse fatta la persuasione morale, la persuasione etica nei confronti di una persona etica: stiamo parlando di Berlusconi, naturalmente, conseguentemente questa è l'immoral suasion. L'immoral suasion che cosa produce? Produce un compromesso da parte delle istituzioni e, per Berlusconi, produce esattamente il risultato che lui aveva sperato: lui ti presenta ogni giorno un piatto pieno di sterco e ti dice " mangialo", tu gli dici " scusa, non potremmo levare un cucchiaino di sterco?", lui ti dice " sì, sì, levalo pure" e tu ti mangi tutto il resto e, una fine, lui fa pure la figura del moderato e tu vai in giro a dire " ho vinto, perché gli ho fatto levare un cucchiaino di sterco e mi sono mangiato soltanto tutto il resto", questa è la storia del Lodo Alfano. Lodo Alfano che viene suggerito dal Quirinale con la consulenza dei tecnici giuridici del Quirinale, tant'è che, una volta approvato, quando ci sono manifestazioni, contestazioni, richieste di spiegazioni, il Quirinale emette ben tre note ufficiali, Grillo le ha pubblicate l'altro giorno sul blog, nelle quali rivendica il Lodo Alfano dicendo che il Lodo Alfano risponde alle obiezioni che la Corte Costituzionale aveva fatto nel gennaio del 2004 quando aveva bocciato il Lodo Maccanico-Schifani.
Se il Presidente della Repubblica si attenesse alla Costituzione senza aggiungerci dei codicilli suoi, tipo quello della moral suasion, che cosa farebbe? Che cosa dovrebbe fare? Dovrebbe starsene seduto ieratico, inavvicinabile al Quirinale, lasciar fare il governo e il Parlamento e, quando gli portano una legge approvata e impacchettata o un decreto approvato e impacchettato, in quel momento apre il pacchetto, vede che cosa c'è dentro, se gli piace mette la firma, se non gli piace rimanda indietro e spiega il perché (messaggio motivato: questo prevede la Costituzione). Invece da qualche anno aveva già cominciato Ciampi in parte, ma negli ultimi due anni è esploso questo malvezzo costituzionale: guardate, non ve lo dico io che non sono nessuno, l'hanno scritto molti costituzionalisti, se il capo dello Stato partecipa con consigli, suggerimenti, ammonimenti alla fase della preparazione e dell'approvazione delle leggi o dei decreti, quelli non sono più i decreti e le leggi del governo e del Parlamento, quelli diventano i suoi decreti e le sue leggi e, quando gli arrivano sul tavolo per la firma, non è più lui che deve decidere su una legge fatta dal Parlamento o dal governo, è lui che deve decidere su una legge che anche lui ha contribuito a fare, conseguentemente si assume la paternità almeno parziale dei provvedimenti che andrà a giudicare e come fa a rimandarli indietro? Quelli gli risponderanno " ma se ce l'hai detto tu, di fare così"! Ecco perché quello che sta succedendo per molti costituzionalisti è qualcosa di inedito e anche di molto ardito dal punto di vista costituzionale, perché il capo dello Stato non può assumersi la paternità di un decreto o di una legge prima che gli arrivino sullo tavolo, invece vedete che succede spesso: ricorderete il Decreto Englaro, per cui Berlusconi voleva fare un decreto per impedire l'esecuzione di una sentenza definitiva sull'accanimento terapeutico nei confronti della povera Eluana. Il Capo dello Stato non ha aspettato che gli arrivasse quel decreto: ha mandato una lettera al Consiglio dei Ministri, che stava facendo quel decreto, per anticipare che quel decreto lui non l'avrebbe firmato e perché conosceva già un decreto che non era stato ancora varato? Evidentemente perché, anche in quel caso, qualche Sherpa del governo era andato a farglielo vedere prima e lui non li deve fare entrare gli Sherpa, lui deve dire " fate quello che dovete fare, poi mi portate la legge: se è una porcata - e statisticamente da questo governo non può che uscire roba del genere! - ve la rispedisco indietro", non dirglielo prima! Tant'è che Berlusconi si incazzò e ebbe ragione, secondo me, dicendo " ma tu non puoi venire in Consiglio dei Ministri a dirci quello che dobbiamo fare: noi facciamo le nostre cose, ci prendiamo le responsabilità e poi tu ti prendi la responsabilità di respingercela".
Eh, già, ma dopo che tu l'hai respinta nasce immediatamente uno scontro violento tra il Quirinale e Palazzo Chigi: questa è la ragione per cui il capo dello Stato adotta quell'altra soluzione di cui io, nella Costituzione, sarò rozzo e brutale ma non ho trovato traccia, di suggerire, consigliare, sapere prima, dire prima, anticipare. Il capo dello Stato non è il consulente del governo o del Parlamento, o almeno non c'è scritto questo potere, tra i tanti o pochi che gli spettano. La stessa cosa è successa quest'estate con le intercettazioni: ne abbiamo parlato, la legge sulle intercettazioni, questa incommensurabile puttanata che farà in modo che non si scopriranno più i colpevoli dei reati, perché di fatto non si potrà più intercettare, preoccupava la magistratura, preoccupava le forze dell'ordine, preoccupava tutti i cittadini onesti, preoccupava anche i giornalisti e i costituzionalisti, perché è anche una legge liberticida contro il diritto /dovere di cronaca, il Capo dello Stato- stiamo parlando sempre di una persona magari animata dalle migliori intenzioni - si rende conto che sta per passare una porcata. E allora che cosa dice la Costituzione? Aspetta che la approvino, la porcata, dopodiché non gliela firmi: gliela rimandi indietro, dicendo loro " è una porcata per questo motivo, è incostituzionale per questo, questo e quest'altro motivo" etc., tra l'altro spiani anche la strada alla Corte Costituzionale perché, se ha davanti a sé una pronuncia del capo dello Stato che dice che è manifestamente incostituzionale, la Corte Costituzionale non avrà più quei patemi che hanno terrorizzato quei 15 vecchietti l'altro giorno, per cui è un miracolo se se ne sono trovati 9 su 15 che hanno avuto il coraggio di dichiarare incostituzionale una legge incostituzionale, compresi i due che vanno a cena con l'autore della legge e con l'utilizzatore finale della medesima, che hanno votato e naturalmente hanno votato a favore del Lodo Alfano, perché nessuno l'ha ricordato, ma hanno avuto la spudoratezza, Mazzella e Napoletano, di votare a favore di una legge con il cui autore e con il cui utilizzatore erano andati a cena e erano stati pure beccati!
 
Il precedente della legge sulle intercettazioni
Invece che cosa fece, sulla legge delle intercettazioni? Il solito discorso: Alfano andò al Quirinale - lo scrisse Eliana Milella su Repubblica e non fu smentita da nessuno, né dal Quirinale, né da Alfano - Alfano sale al Quirinale e gli dice " noi avremmo preparato questa roba qua, lei che dice?" o " tu che dici?", non so se si diano del lei o del tu; Napolitano dice " così come è non penso che la firmerò, cambiate qua, qua e qua". Alfano torna e si decide che, per fare quei cambiamenti, bisogna passare l'estate, conseguentemente viene rinviata all'autunno e adesso ce la propinano con qualche ritocco, con qualche cucchiaino di sterco in meno. Dopodiché il capo dello Stato che cosa farà? Avrà le solite mani legate: perché? Perché gli ha detto lui di levare due o tre cucchiaini di sterco dalla montagna di sterco, dopodiché sarà costretto a firmare la montagna di sterco, dopodiché si dirà " ma se lui ha detto che non è manifestamente incostituzionale potrà, la Corte...?" e così rinasceranno i soliti equivoci.
Purtroppo il vizio è all'origine, cioè quando il Lodo Alfano nacque secondo quella teoria assurda della riduzione del danno, " salviamo il salvabile", il meno peggio è il Lodo Alfano: perché? Perché Berlusconi minaccia il peggio, la legge che blocca 100.000 processi e quindi ci caliamo le brache, cediamo, sospendiamo i suoi processi e così lui lascia fare gli altri, immoral suasion! Da quel momento è evidente che il capo del governo sa di avere dalla sua parte il Quirinale e infatti, per un anno, chiunque osava criticare anche pallidamente il Quirinale veniva massacrato dai giornali di Berlusconi, "giù le mani da Napolitano!", anche quando uno faceva delle critiche politiche motivate etc., adesso lo attaccano tutti i giorni con insulti di ogni genere, oggi vogliono addirittura l'elezione diretta del capo dello Stato per mandarlo a casa, gliene dicono di tutti i colori, Berlusconi ha detto "Napolitano doveva andare dai giudici costituzionali" avvicinandoli uno per uno e magari fare come faceva Previti: se qualcuno è un po' riottoso gli dai una busta piena di soldi.
Il problema è che l'equivoco, se equivoco è stato e se non ci sono state garanzie ancora più dettagliate e precise, nasce proprio dal fatto che il capo dello Stato è sceso dal suo trono e si è messo a concordare compromessi intorno alle leggi, compromessi preventivi, prima di prendere la sua posizione finale che dovrebbe essere anche l'unica.
 
La sentenza della Consulta sul Lodo Schifani
Naturalmente, quando uno si mette in quelle condizioni, poi non si può meravigliare se coloro con i quali ha trattato tra l'altro sono dei bari, a sedersi al tavolo di un baro è ovvio che poi quello bara, non ti ci devi sedere al tavolo del baro. E allora hanno cominciato a dire che, visto che Napolitano aveva detto che il Lodo Alfano rispondeva alle osservazioni fatte dalla Corte nel 2004 a proposito del Lodo Schifani, era evidente che la Corte avrebbe approvato il Lodo Alfano, ma non era vero quello che aveva detto il Quirinale, ossia che il Lodo Alfano rispettava i dettami della Consulta sul Lodo Schifani: la consulta aveva bocciato il Lodo Schifani per quattro profili di incostituzionalità, il Lodo Alfano ne aveva recepite alcune, di queste osservazioni, tipo la rinunciabilità del lodo, tipo la temporaneità, ovvero il fatto che non si poteva ripetere di legislatura in legislatura, tipo il fatto che non si poteva equiparare, non si poteva dare l'immunità al Presidente della Corte Costituzionale, visto che è sullo stesso livello degli altri giudici costituzionali, ma non aveva risposto a altri requisiti, per esempio il fatto che il capo del governo non ha nessuno status privilegiato rispetto agli altri Ministri, che i Presidenti di Camera e Senato non hanno nessuno status privilegiato rispetto a tutti gli altri parlamentari.
Direte "però la Corte Costituzionale nel 2004 non aveva bocciato il Lodo Schifani-Maccanico in quanto si cambiava l'articolo 3 della Costituzione, cioè il proprio di uguaglianza, con una legge ordinaria approvata a maggioranza, anziché con una legge costituzionale approvata con i due terzi o con la doppia lettura Camera/Senato, Camera/Senato e il referendum confermativo", non aveva detto "dovete fare una legge costituzionale per derogare al principio di uguaglianza" e a questa cosa, a furia di sentircela ripetere, ci abbiamo creduto.
In realtà bastava leggere la sentenza del 2004 e non è vero niente: se volete, andate su Internet e digitate sentenza numero 24 del 2004, il Presidente era Riccardo Chieppa, il relatore era Francesco Amirante e, in quella sentenza, la Corte Costituzionale non ha mai scritto da nessuna parte che si possa derogare al principio di uguaglianza, che è un precetto costituzionale (articolo 3 della Costituzione) con una legge ordinaria.
Che cosa faceva la Corte? Elencava tutte le ragioni per le quali il Tribunale di Milano aveva eccepito sulla costituzionalità del Lodo Schifani, tra cui c'era anche quella formale, ossia che il Lodo non era una legge costituzionale e conseguentemente non poteva, ovviamente, cancellare con legge ordinaria un precetto costituzionale. Poi c'erano gli altri profili, la Corte giudicava sufficienti alcuni profili di incostituzionalità senza esaminarli tutti, visto che erano troppi e diceva " bastano e avanzano questi per mandarla a picco". E poi, alla fine, diceva - questa è la frase chiave - "resta assorbito.." ah, prima diceva "la questione di illegittimità costituzionale sollevata dal Tribunale di Milano è fondata - cioè la Legge Schifani è incostituzionale - in riferimento agli articoli 3 e 24 della Costituzione" e poi aggiungeva " resta assorbito ogni altro profilo di illegittimità costituzionale", ossia gli altri profili di illegittimità costituzionale non è che non siano fondati, ma sono assorbiti in questa dichiarazione di incostituzionalità che abbiamo fatto a proposito degli articoli 3 e 24 della Costituzione, senza inoltrarci oltre, assorbito vuole dire incluso, compreso, confermato, non vuole dire escluso, espulso, negato.
Poche righe prima - la sentenza è datata 20 gennaio 2004, Presidente Chieppa, redattore Amirante, la trovate su Internet, così vedete se vi sto raccontando palle - al punto 6 scriveva, la Corte, "alle origini della formazione dello stato di diritto sta il principio della parità di trattamento rispetto alla giurisdizione", ovvero tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge e di fronte alla giurisdizione, insomma quando uno va a finire davanti a un giudice non c'è distinzione che tenga, siamo tutti uguali. " Il cui esercizio - di questo principio di parità di trattamento rispetto alla giurisdizione - nel nostro ordinamento - nella nostra Costituzione - sotto più profili è regolato da precetti costituzionali", cioè lo diceva chiaramente che il principio di uguaglianza è regolato da precetti costituzionali e conseguentemente, ogni volta che si vuole toccare il principio di uguaglianza per stabilire delle eccezioni, bisogna intervenire con dei precetti costituzionali, cioè con una legge costituzionale. Non era il caso del Lodo Schifani, che era fatto in quattro e quattro otto con legge ordinaria a maggioranza e non era il caso del Lodo Alfano, quindi non solo non c'è scritto nella sentenza sul Lodo Schifani che si poteva procedere a derogare all'articolo 3 della Costituzione con legge ordinaria, ma c'era scritto il contrario: c'era scritto che il principio di uguaglianza è regolato da precetti costituzionali e c'era scritto che il fatto che non fosse una legge costituzionale il Lodo Schifani non era affatto una cosa secondaria, ma semplicemente era assorbita nella dichiarazione di incostituzionalità che era stata motivata sulla base di altri profili di incostituzionalità.
E allora perché il capo dello Stato, un anno fa, ci ha detto che il Lodo Alfano recepiva tutte le contestazioni della Corte Costituzionale? E' quando ha detto così che Berlusconi si è illuso di avere la Corte in tasca, perché prima di fare una dichiarazione così impegnativa il Capo dello Stato avrà preso le sue informazioni, i suoi giuristi si saranno informati, qualche telefonatina l'avranno fatta!
Questo per dire che forse, soprattutto visto il baro che c'è dall'altra parte del tavolo, sarebbe il caso di ritornare a una concezione un po' più letterale della presidenza della Repubblica: quella di un Presidente che se ne sta seduto in attesa delle leggi e poi, se le leggi non vanno bene, le fulmina e le respinge. Invece il fatto che si continui con questa trattativa sottobanco genera gli equivoci di cui vediamo in questi giorni le conseguenze e, purtroppo, avremmo bisogno di un capo dello Stato che non è costretto quotidianamente a intervenire per rettificare, precisare, correggere, etc. etc., perché purtroppo in questa vicenda ancora una volta ciò che è avvenuto prima ha autorizzato Berlusconi a dire di essere stato ingannato. Non so se sia stato ingannato, ma certamente il Lodo Alfano non era soltanto opera sua: era opera di molte mani, comprese quelle della leadership del Partito Democratico, che aveva deciso di non opporsi al Lodo, non ci fu ostruzionismo e, anche all'epoca, si disse che la moral suasion aveva coinvolto anche il Partito Democratico, in quanto l'impegno che era stato preso era che Berlusconi rinunciava alla legge blocca-processi e che il Lodo Alfano, al posto della legge blocca-processi, sarebbe passato subito, mentre invece l'ostruzionismo avrebbe potuto ritardarne l'approvazione e, nel frattempo, avrebbe potuto arrivare la sentenza del processo Mills.
Forse il capo dello Stato avrebbe potuto, in quella circostanza, dire a Berlusconi "i processi non sono affare mio, lei li aveva prima di essere eletto, ha deciso di candidarsi da imputato, non si meravigli se adesso, che arrivano alla fine, i processi producono una sentenza: se lei ritiene che non ci debbano essere dei processi a carico del Presidente del Consiglio perché il Presidente del Consiglio deve occuparsi 24 ore su 24 di governare il Paese benissimo, faccia come si fa nelle democrazie normali, faccia come ha fatto Nixon, faccia come ha fatto Devil Pain, faccia come ha fatto Olmert, faccia come ha fatto il governatore dello stato di New York, se ha un'indagine e pensa di essere troppo occupato appresso a quell'indagine si dimetta, lei non è stato eletto dal popolo, lei è stato nominato da me, il popolo ha eletto il Parlamento e il Parlamento ha espresso una maggioranza, la quale maggioranza ha designato lei, ma io, capo dello Stato, potevo scegliere un altro. Se lei ritiene di non avere tempo sufficiente per governare si dimetta e vada a farsi i suoi processi e io nominerò un altro Presidente del Consiglio di centrodestra, perché questa maggioranza deve governare, visto che ha vinto le elezioni, mentre non sta scritto da nessuna parte che il Presidente del Consiglio debba essere lei" e speriamo, prima di diventare tutti vecchi, di trovare qualcuno che, finalmente, faccia a questo impunito questo discorso che, ancora una volta, è basato sulla Costituzione della Repubblica Italiana, Repubblica parlamentare e non presidenziale!
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